SIDDHARTA

di Herman Hesse (traduzione di Massimo Mila), Adelphi

E in te c’è un silenzio, un riparo, nel quale puoi rifugiarti in ogni momento e rimanervi a tuo agio”

Siddharta, elogio della vita errante, della profondità, dell’inquietudine. La formazione del protagonista – la prefazione lo colloca nella schiera dei personaggi in costante ricerca di Hesse, suchende in costante ricerca, tanto da essere definito dal processo stesso di smarrimento e ritrovamento – è un viaggio di liberazione da idee preconcette, da un “bene” pensato e voluto da altri. Una spinta all’autoaffermazione saldata a un nucleo ultimo (o primo?) di ciò che costituisce l’Io. Muove da sentieri noti, larghi abbastanza da essere percorsi fianco a fianco, ma chiama una rottura che non si sottrae al tormento della perdita e dell’abban-dono.

Un’inquietudine disturba quel processo di spersonalizzazione che associa la beatitudine – il Nirvana, scopo supremo dell’esistenza – a un sentimento di vuoto, a un distacco da qualsiasi anelito, fame e sete che mordano solo il corpo finché non si possa celebrare la vittoria di morire a sé stessi, smarrire la propria identità. Stravolge Siddharta, lo spinge ad abbracciare il mondo che aveva abbandonato. Il suo risveglio a sé stesso lo pone in una condizione di estrema solitudine, lo restituisce a sé e alla foresta come un nuovo nato, finalmente libero di interrogarsi. Di sprofondare, anche, di cercare un’immersione che non sia per paura. Una disposizione d’animo infantile gli rende finalmente possibile meravigliarsi, partecipare e appartenere veramente al creato senza volersi estraniare.

Imparare ad ascoltare, a dare dignità ai sensi e gioire della limpidezza di un fiume, conoscere gli impulsi per dominarli: la vera liberà non è nella negazione, ma nell’immersione in un mondo per cui, finalmente, inizia a provare interesse e curiosità. La vita da cui aveva desiderato separarsi ora la sente scorrere tumultuosa, corrente giovane di cui percepisce la frescura, ma che non arriva a toccarlo. A questo mondo, che inizia ad amare, non riesce ancora davvero ad essere presente. I preconcetti in cui ci avviluppiamo assegnano significati a qualcosa che rimane precluso – non lo conosciamo, non lo indaghiamo. Non lo amiamo.

La ricerca di Siddharta non è fuga, il giovane in ricerca non è preda di quell’anelito di liberazione dalla sofferenza che muove l’uomo alla fusione con il creato. Unità e molteplicità, concetti cardine del suo fluido vissuto, non sono un sollievo, ma una sofferta consapevolezza. Ragione e innocenza, mondo sensibile e spiritualità, identità e rifugio: tutto ciò che la formazione dogmatica e la dottrina vorrebbero annullare lo tocca, finalmente lo rende una persona piena, portavoce di una orgogliosa solitudine che sceglie di condividere vivendo la vita umana senza lasciarsi dominare da essa. Una danza polare che ammette tanto il Samsara quanto il Nirvana, dove ogni dualismo non si dissolve ma compone. Modernissimo il messaggio di etica del lavoro e della vita privata, così come il ruolo chiave svolto dal femminile. Ma quando questa attesa perde la tensione che la contraddistingue, quando la sua duttile prontezza viene spenta, appesantita e sopita, si innescano meccanismi odiati e terribili. Dinamiche tossiche che atterriscono avvincendo, una dipendenza che si nutre di sé, una voluttà di punizione dai caratteri egosintonici contamina anche la dimensione del gioco. Quel che era stata la lontana vita degli uomini-bambini, cui Siddharta si è accostato attraverso i giochi amorosi, si avvelena con l’avidità, una cupidigia che è fame vitale e anelito distruttivo al tempo stesso. Compulsioni opposte stritolano l’uccellino in gabbia ed è quasi troppo tardi quando si rende conto di essere schiavo di ciò che aveva pensato di dominare.

Ma Siddharta accetta, nuovamente, di perdersi. Colui che cerca diventa colui che viene cercato. Viene trovato? No, si strappa anche dall’ultimo affetto come aveva abbandonato l’amato discepolo Govinda. 

Però si trova. 

Si ritrova presso un fiume, metafora vibrante dello scorrere, di inizio e fine, di confine e soglia. Si ritrova in una ulteriore metamorfosi, in quel sonno che è fratello della morte e che lo fa rinascere a sé stesso all’alba di una nuova era. Ancora una volta bambino, in un ciclico ritorno, muove a ritroso lungo il fiume e dispone l’animo a imparare di persona ciò che nessuna dottrina può insegnare. L’usignolo nel suo petto è ancora vivo.

Il fiume e il suo scorrere sono forieri di vita, morte, cambiamento; il letto d’acqua è al tempo stesso la leggerezza dei riflessi e la profondità, quel moto di discesa verso il basso che è immersione in sé e nel tutto – nell’unico e nel molteplice. Lo aveva già percepito, ora lo sa: non è in fuga, è in formazione. 

Donare i vestiti, mutare la pelle: Siddharta segue un nuovo maestro, apprende da lui l’umile arte di farsi messaggero, di trasportare al di là di un flusso. Figura che aiuta a superare un confine e al tempo stesso se ne fa guardiano, è in questi anni che impara ad ascoltare le voci, coro in sincrono e canto scostante delle acque. È proprio sulla soglia del fiume, morsa da un serpente (commistione tra donna e rettile, pregna di simbolismo, che sembra attraversare le culture) che Kamala si ricongiunge con lui: nel luogo che è vita, lei trova la morte, ma gli restituisce un figlio difficile, uno scontro arduo, foriero di una nuova, difficile lezione. Forse la peggiore. Se il gioco era stato veleno, impara Siddharta che anche l’amore può essere una catena. Che nessuna gabbia dorata è adatta a proteggere ali che desiderano andare. La sofferenza per il ragazzo lo rende tragicamente umano, ma per la prima volta lo fa sentire davvero partecipe. Rinnovato e arricchito, parte per un inseguimento vano che diventa ritorno.

Ed è tornare che serve a guarire davvero. Ripercorrere i passi della sua perdizione, sostare, consapevole, nel punto in cui il ventaglio di possibilità era ancora dispiegato. Tornare dove ha voltato le spalle a tutto ciò che avrebbe potuto essere, dove ha perso tutto ciò che di pulito sia mai stato – eppure ringrazia, Siddharta, perché ogni ferita è spiraglio per la luce. Ora il vuoto, in assenza di sé, gli fa male, lo spinge a considerare gli uomini con maggiore calore, curiosità, interesse. Cade la barriera innalzata da orgoglio e intelligenza, e questa resa lo conduce alla compassione, alla vicinanza umana, alla umile considerazione che anche il più cieco, insensato degli impulsi è pienezza di vita. Quel mondo di cose che ha sempre fuggito è uno e frammentato, contiene già ogni idea e ammette il suo opposto, ed è una dimensione destabilizzante. Vertiginosa, forse. Ma brilla luminosa in un commosso, dolce e nostalgico ricongiungersi di amici, compagni, fratelli, che hanno cercato, si sono persi e infine trovano loro stessi in un istante che li vale tutti. Come se in fondo non fosse che questione di due cuori vicini. Non due strade che riuniscono principio e fine di un cerchio già tracciato: “cercare significa avere uno scopo. Ma aver trovato significa esser libero, restare aperto.

Non avere scopo”. 

E se fosse tutto in quell’inafferrabile spazio di vuoto che è dubbio e possibilità al principio e alla fine del cerchio? Margine di ignoto. Brivido, vertigine del sentire umano.

Sarà anche un viaggio interiore, ma non lo si fa da soli.

Martina, @myworldinakallax

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/p/CDBhXnon2jp/

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