Berlino – di isole, di muri e di porte

#mercolediscovery 1 – Piccolo itinerario per sognare una città

Qualche punto fermo, molti snodi, malinconie infondate

Parlare di una Berlino al singolare non è scontato. Le tracce delle profonde scissioni perdurano nella memoria individuale, geografica e sociale del tessuto urbano, ma non fanno riferimento solo al passato. La disgregazione appare ancora pervasiva nella realtà attuale, per quanto forte di una riunificazione voluta e sofferta che ha suggellato, ancora una volta, l’attitudine tedesca allo stravolgimento del moto a precipizio. Una tragica attrazione per l’abisso sembra, infatti, segnare la storia germanica dell’ultimo secolo che, pur nella molteplicità imprevedibile degli eventi, trova nella caduta una cifra ricorrente, intrinseca. Forse non esiste nemmeno oggi una Berlino, ed è proprio per questo che mi sento di raccontarvi la mia, accarezzata come idea che prende forma da lontano, conosciuta su carta e immagini e poi vissuta per pochi giorni, incastrata in quella parte di cuore che nei dissidi si ritrova, che ricerca la faglia, la frattura, per sbirciare al di sotto.

Dice Calvino che ogni viaggio è un riconoscersi, un ritrovare una parte di sé che non si sapeva nemmeno smarrita. Un’itinerario disseminato di domande, di epifanie e di ricordi raccolti in paesi sconosciuti. La mia Berlino ha la malinconia delle prime volte, dei momenti di passaggio e dell’insensata nostalgia delle epoche mai vissute. E, oh, delle lacrime davanti allo stesso film.

La Siegessaüle (colonna della vittoria) nel cuore del Tiergarten sotto l’addensarsi delle nubi

Come sempre, soprattutto se rintracciare un’origine non è semplice ricerca di una data, si può guardare al nome. La tradizione ascrive il toponimo al tedesco Bär (orso), animale presente nella zona all’epoca della fondazione e stemma della città fin dal 1280. Oggi questa teoria è stata smentita: il nome deriva invece, con molta probabilità, dalla radice slava berl, ovvero palude, isola di fiume.

Berlino è isola in diversi sensi: al centro del Land del Brandeburgo, a cui tuttavia non appartiene, è caratterizzata dalla presenza fluviale della Spree, che nel quartiere periferico di Spandau sfocia nella Havel. Da questo fiume originano numerosi laghi che si aprono in una zona di villeggiatura molto amata dai berlinesi.

La divisione sembra accompagnare da sempre la storia della città, sancendo un destino di scissioni e ricongiungimenti continui. Berlino nacque, infatti, molto probabilmente come borgo commerciale di origine slava nel XII secolo, in corrispondenza di un’isola della Sprea. Originariamente non si trattava di un nucleo unico, ma l’insediamento era composito: Berlino, situata a est del fiume, e Cölln, sull’isola.
La vecchia Berlino corrisponde alle parti centrali dell’odierno quartiere Mitte (letteralmente: centro).
L’intera punta settentrionale dell’isola costituisce quella che oggi chiamiamo Museuminsel. L’antica e caratteristica architettura della parte meridionale dell’isola, la cosiddetta Fischerinsel (isola dei pescatori), è stata distrutta completamente dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. A est dell’isola si trova il quartiere ricostruito Nikolaiviertel, con la Nikolaikirche, la più antica chiesa di Berlino.
Dall’isola, verso ovest, si stende il viale Unter den Linden, letteralmente Sotto i tigli, che conduce fino alla Porta di Brandeburgo. Questo tipo di arteria urbana caratterizza la grande città mitteleuropea tra fine Ottocento e inizio Novecento, ne traccia in linee visibili la grandezza, la accende grazie all’illuminazione elettrica e la rende, da mezzo di passaggio, occasione sociale e commerciale. Sotto i tigli si cammina, si intrecciano relazioni, si fanno incontri – un salotto a cielo aperto, sotto un cielo non ancora diviso, ombreggiato dalle fronde rade e accoglienti degli alberi.

Due elementi fondanti: il verde e l’acqua (qui il Tiergarten)

Il verde è una parte straordinariamente importante dell’arredo urbano di Berlino, che sin dal 1861 annovera l’esistenza del Tiergarten, il grande parco centrale, già riserva di caccia dei re di Prussia. Al centro dei suoi 210 ettari di verde si trova la Siegessäule (Colonna della Vittoria); abbracciati da questa fonte di verde anche il Giardino Zoologico, la Haus der Kulturen der Welt (Casa delle culture del mondo, centro congressi e di manifestazioni), il Schloss Bellevue (Castello Belvedere), e il Reichstag, sede del parlamento.

Simbolo della città per eccellenza la Porta di Brandeburgo (Brandeburger Tor), luogo di apertura e di passaggio

La narrazione identitaria della città vede dispiegarsi una continua dialettica di unione e divisione; la potenza centripeta della “Grande Berlino” si disintegra nell’impatto con la Storia, polverizzandosi, scagliando i suoi frammenti ai poli opposti di un conflitto di tensioni inespresse e logoranti. La riunificazione attraverso la caduta del Muro salda la frattura senza sanarla, riflettendosi in anni di differenze tangibili e in un sottosuolo di discrepanze più sottili. Un ricongiungimento difficile tra familiari che faticano a sedere alla stessa tavola dopo percorsi tanto diversi; un tentativo di riabituarsi a una varietà e a una libertà a lungo precluse sfociano nella complessa necessità di rapportarsi a un vero e proprio trauma.
Berlino non perde il suo potere gravitazionale, continua ad attrarre soprattutto dai margini, esprimendosi oggi come una città dall’identità estremamente complessa: dopo oltre trent’anni, riconoscersi berlinesi rimane spesso una questione di superficie. Le sfaccettature multietniche amplificano le differenze interne; i quartieri periferici coniugano varietà culturale e carattere poliedrico in forme suburbane di pulsante, cangiante vitalità. Instabili e foriere di fermento, le minoranze rappresentano oggi un caleidoscopio di interessante indagine, anche per quanto riguarda l’aspetto linguistico. Terra di nessuno, terra di tutti.

Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche: il nuovo che svetta, le rovine che impongono un tempo e una memoria diversi


Sopra, sotto, attraverso la città: su ogni piano gli elementi illesi, restaurati o ricostruiti convivono con quelli moderni. Camminando sotto i porticati dell’Isola dei Musei è possibile toccare con mano i fori nelle colonne secolari causati da proiettili ed esplosioni. I risultanti contrasti disegnano il paesaggio della Berlino odierna testimoniando una storia sofferta di frammentazione violenta. Edificio simbolo della devastazione è la Gedächtniskirche (Chiesa della Memoria), conservata allo stato di rudere per volontà della popolazione di Berlino Ovest e circondata dagli elementi architettonici moderni della chiesa nuova.

East Side Gallery: oltre un chilometro di pace e libertà a colori

La East Side Gallery è un memoriale internazionale alla libertà e si snoda lungo il tracciato originale di una porzione del Muro interamente dipinta a graffiti. Artisti internazionali hanno incastonato qui la loro – spesso provocatoria – idea di pace e libertà, fissando in colori brillanti e immagini ormai eterne il grido di un’umanità incontenibile.

Sony-Center a Potsdamerplatz

Potsdamer Platz si trova nel punto in cui la strada per Potsdam oltrepassava la cinta doganale: da qui il suo nome.
La piazza, a mio parere, è il luogo meglio in grado di rappresentare il carattere di rinascita lucente e distante che sorge da ceneri ancora dolorosamente fumanti. Dapprima snodo commerciale, culturale e di trasporti della Berlino di Weimar, fu devastata dalla guerra, ridotta a terra bruciata dall’erezione del Muro, la piazza è stata teatro del più ambizioso progetto di riqualificazione urbana della città riunificata, sancito dal concerto a cielo aperto di Rogers Water, un vero e proprio evento dal nome The Wall.

Una Kallax giovanissima sulla terrazza del Panoramapunkt

Potsdamer Platz è anche sede della Panoramapunkt, situata a 100 metri d’altezza, a cui si accede attraverso il più veloce ascensore d’Europa. Paradigmatica nel suo duplice immaginario: la tabula rasa della città divisa, un livello zero che apre una spietata inquadratura vuota, da un laro; dall’altro, la città di vetro e di pietra delle altezze. Un luogo che ancora oggi fatica a rivendicare una propria identità, nucleo semantico dell’ascesa e della caduta di Berlino stessa.
Alcune scene del film Der Himmel über Berlin (1987, Wim Wenders) sono state girate quando la piazza era vuota, prima della caduta del Muro, e ne restituiscono oggi straniante testimonianza storica.

La cupola di vetro del Reichstag

L’edificio del Reichstag fu originariamente costruito come sede per le riunioni del parlamento.
L’attuale organo legislativo tedesco, in realtà, si chiama Bundestag. Se si parla di Reichstag inteso come parlamento ci si riferisce all’istituzione risalente al Sacro Romano Impero, che cessò di esistere negli anni della Germania nazista (1933-1945). L’imponente palazzo neoclassico subì dapprima l’incendio da parte dei nazisti, poi pesanti bombardamenti dagli Alleati durante la battaglia di Berlino. La cupola di vetro voluta in sede di restauro lo trasforma oggi in luogo di interesse, un altro di quei luminosi connubi di storia e futuro, di bellezza artistica come tentativo di sanare ferite sempiterne, quasi la leggerezza del materiale trasparente e delle strutture che sfidano la gravità potesse controbilanciare con una spinta uguale e contraria il moto ineluttabile di caduta. Nell’uso odierno, il termine Reichstag si riferisce quindi all’edificio, sancendo così uno scarto tra il luogo storico – pur reinterpretato – e la funzione viva che dovrebbe dargli significato.

Daniel Libeskind, between the lines, edificio che ospita il Jüdisches Musem

L’architetto Daniel Libeskind ha battezzato il suo progetto per il Museo Ebraico between the lines (tra le linee) e nei punti in cui le due nervature si intersecano si formano zone vuote, o voids, che attraversano l’intero edificio. Esso non risponde a nessun criterio di funzionalità: un’opera d’arte in sé, che mescola architettura e scultura nel veicolare più una sensazione emotiva che una fruizione verticale.
L’edificio visto dall’alto ha la forma di una linea a zig-zag: per questa ragione è stato soprannominato blitz (fulmine). L’elaborazione concettuale dell’edificio muove da una simbolica stella di David che viene decomposta e destrutturata: le facciate si aprono in finestre molto sottili e allungate, simili a squarci o ferite, disposte in modo casuale.
Il museo non ha un ingresso dalla strada, ma vi si accede per via sotterranea dall’adiacente Berlin-Museum: un collegamento intenso, innato, che salda la storia berlinese a quella ebraica in uno scambio sofferto e irrinunciabile.

Alexanderplatz oggi

Alexanderplatz è uno dei luoghi in cui le alterne vicende berlinesi trovano specchio, subendo una continua risemantizzazione attraverso i rivolgimenti storici, scena o protagonista di diverse manifestazioni culturali (celebre il romanzo omonimo di Döblin). Da centro di grandeur ottocentesca, perde tuttavia negli anni Cinquanta i caffè all’aperto e il verde in favore di edifici di rappresentanza del Socialismo. Fu, nell’epoca DDR, la vetrina commerciale che ancora oggi rimane: luminosa, artificiale, notturna. Non ha mai recuperato quella grandiosa bellezza del luogo nevralgico e culturalmente vivo, ma oggi vi si aggiunge un luogo ti interesse turistico: la torre della televisione, con la sua terrazza panoramica raggiungibile in ascensore.


Se Berlino fosse una Città invisibile?

“Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato.” (…) “Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.”

Da “Le città invisibili” di Italo Calvino – Zaira, terza Città della Memoria

Città di carta, di tavole e di pellicola

LETTERA A BERLINO (The innocent), Ian McEwan, Einaudi, 1990

McEwan racconta la Berlino di un inglese agli inizi della Guerra Fredda, acquisendo alcuni elementi della spy story e ribaltando, come di consueto, le aspettative del lettore. La vicenda muove da un reale fatto storico, l’Operazione oro, a cui collaborano CIA e MI6, ma l’autore gestisce in maniera peculiare la tensione narrativa, riuscendo a rendere interiore e personale il parossistico terrore sommerso di un’epoca difficilmente raccontabile. La libertà delle prime volte, l’inebriante estraneità della città sconosciuta, le esperienze amorose senza freni, il clima di sospetto e il cuneo in cui inserisce la sua presenza inaspettata: tutto contribuisce a dare alla realtà urbana un profilo intimo che si riflette in Leonard attraverso ciò che Berlino e Maria smuovono dentro di lui, l’innocente del titolo.
Geniale, per quanto non di semplice lettura come spesso è McEwan, angosciante e ipnotico, insensato e perfettamente geometrico, tumultuoso e crudo nella sua rappresentazione di una lettera che non potrebbe essere indirizzata a nessun altro luogo in nessun altro tempo.

BERINO 2.0 – Alberto Madrigal, Mathilde Ramadier, BAO Publishing, 2017
Un limpido spaccato di struggente realismo che non rinuncia a un tono delicato pur nella disillusione, uno spicchio di vita precaria che parla per tratti leggeri, per nuove routine acquisite e piccole rivoluzioni personali e culturali. Brillando per l’acutezza delle cose semplici, lo sguardo conserva un equilibrio maturo tra concretezza e desiderio di proteggere quel pizzico di sconsiderata illusione che è fondamentale per r-esistere.
Una storia di vita adulta, con la sua abitudinarietà e i suoi compromessi, ma anche una consapevolezza di cui ammantarsi: un memento per ricordare di andare a testa alta e non dimenticare né i sogni che sembri tradire, né quelli che sembrano tradire te. Non gli inizi, ma i giorni stanchi; non la frenesia, ma le finestre illuminate.

“C’è una sorta di mitologia legata ai viaggi che ha contaminato qualsiasi discorso inerente alle città. Postula che la città è uno spazio assoluto, insulare, unico nel suo genere e senza paragoni. Dotato di un’anima il cui mantello avvolge e detta i confini di ciò che bisogna essere. Non appena messo piede in questo spazio urbano, la sua fragranza inebria i sensi e li ottunde.”

Berlino 2.0, Alberto Madrigal, Mathilde Ramadier

BERLIN ALEXANDERPLATZ, Alfred Döblin, BUR, 1929
Il sottotitolo, Die Geschichte des Franz Bieberkopfs, venne aggiunto perché il pubblico non era pronto per un romanzo che avesse come protagonista la città. L’epopea di Franz, attraverso uno stile che ricorda il montaggio cinematografico e che si rivelerà particolarmente incisivo nella trasformazione dell’opera in film, si accosta e si intreccia con l’ambiente urbano attraverso associazioni di idee, sinestesie che prescindono dalla trama per fondersi in un rapido fluire di sensazioni del qui e ora. Una città espressionistica – non per nulla gli anni della grandezza di Berlino sono quelli del Blaue Reiter e di Die Brücke nelle arti figurative – documentata nella velocità di movimento e nel riflesso che il suo ambiente ha sulla vita interiore del protagonista, sul suo sentirsi fuori posto nel regno del cambiamento dopo la forzata immobilità del carcere; la mente confusa di Franz si esprime, indisciplinata, in una sintassi frantumata e disgiunta; come la metropoli si rivela contraddittoria, così accade anche per il linguaggio, capace di accogliere tanto volgarità quanto lirismo.
Il libro è stato trasposto in un film muto del 1931 e in una miniserie del 1980.

Alexanderplatz a inizio Novecento

ZONENKINDER, Jana Hensel, Mimesis edizioni, 2009
Zonenkinder è il nomignolo attribuito ai bambini della DDR. Questo libro di respiro autobiografico (l’autrice aveva tredici anni all’epoca della caduta del Muro e riporta, a proposito della sua opera, che tratta di qualcosa che avrebbe avuto bisogno di leggere lei stessa: da qui la necessità di scrivere) scatena sin dalla sua pubblicazione un forte processo di immedesimazione. In perfetto spirito socialista, il pronome più utilizzato è quel wir (noi) che consente al lettore di ritrovarsi in maniera subitanea nelle parole e, soprattutto, nei nomi che gli Ossis conoscevano bene (Ossi era il nome generico per gli abitanti dell’Ost, laddove la Zone rappresentava invece il confine tra le due aree). Zonenkinder diventa definizione paradigmatica, riflesso di quella che, in un altro neologismo, viene definita Ostalgie (con un gioco di parole, la nostalgia dell’Est che rende lucidi, commoventi i ricordi di Trabant e affini). Non si tratta di rimpiangere un passato più felice, ma un nucleo identitario con le sue radici decennali, improvvisamente sottratto, una destabilizzazione trasversale alla società. Non c’è da stupirsi che, in presenza di una nazione intera da reinventare, ci si trovi a farlo anche per neologismi.


Nella stessa linea si collocano anche le opere di Thomas Brussig, di cui in particolare ho letto IN FONDO AL VIALE DEL SOLE (Feltrinelli, al momento fuori catalogo), 2001. In tono scanzonato l’autore situa proprio nella Sonnenallee (Il “Viale del Sole” del titolo sorge nelle immediate vicinanze del Muro) la vita di un gruppo di adolescenti cresciuti nella DDR, riportando nelle vicende di Micha tanto le normali (dis)avventure di un adolescente quanto le circostanze che rendono la collocazione storico-geografica icona degli Zonenkinder raccontati dalla Hensel.

SELAM BERLIN, Jade Kara, è un libro che appare introvabile in italiano ma che, sebbene lo abbia letto anni fa, mi ha offerto un importante punto di vista su una Berlino diversa, spesso taciuta ma di vitalità culturale notevole: quello della minoranza turca. Interi quartieri della capitale, infatti, sono così riccamente multietnici da costituire quasi dei microcosmi; se per gli immigrati di prima generazione la conservazione del proprio patrimonio culturale e linguistico appare scontata, quasi necessaria, per mantenersi vicini alle proprie radici, essa viene problematizzata per i loro figli, le seconde generazioni. Dal punto di vista dei giovani berlinesi di origine turca, spesso nati in Germania o emigrati piccolissimi, l’identità si rivela infatti un nodo più sfaccettato e composito: l’influenza della scena berlinese non può essere ignorata, ma non può nemmeno sovrascrivere un retaggio culturale che, inevitabilmente, tenderà a sbiadire. Si tratta, quindi, di un differente caso in cui la città, questa volta ritratta in periferia, rappresenta lo specchio davanti a cui porre domande, sperando di trovarsi e non di smarrirsi ulteriormente.

IL CIELO DIVISO, Christa Wolf, edizioni E/O, 1963
La crisi di una coppia divisa in una Berlino speculare, egualmente lacerata, catturata nel momento del dissidio prima della frattura definitiva. Una ulteriore scissione interessa i piani temporali: la vicenda è raccontata in retrospettiva, nel momento in cui la protagonista, Rita, tenta di tirare le fila della propria storia dopo un incidente. La trama interessa un momento precedente la costruzione del Muro: Berlino, diversamente da come siamo abituati a pensare, rappresenta in questo contesto un facile punto di valico tra i due blocchi. La fuga di Manfred a Ovest, la sua conversione alle ideologie della BRD non trovano terreno fertile nella donna che ama e nella cui fedeltà – non solo coniugale, ma trasversale a ogni piano: intellettuale e morale nondimeno – crede ciecamente. La separazione concretizzata dal Muro non fa che inserirsi in una frattura già perpetrata a livello individuale. La voce della Wolf si leva, ancora una volta, dalla parte delle donne, troppo spesso date per scontate, considerate come beni da spostare, spettatrici passive di un destino tanto storico quanto individuale.


Berlino nel cinema: un legame dalla carica fortemente espressionista

Se il cinema è l’arte del movimento (κίνημα, in greco, copre proprio questa area semantica), non stupisce che la capitale tedesca intrattenga con la Settima Arte un legame particolarmente intenso. Il dinamismo che accompagna l’inizio del Novecento, lo stesso che permea la ricerca stilistica ed estetica dei primi sperimentatori, si lega in maniera feconda in un mutuo scambio con la città. Scena dalla presenza carismatica, protagonista d’avanguardia, o ancora luogo di dialogo culturale e di incontro artistico, culla e balconata sul mondo, Berlino passa dal bianco e nero al colore ma non cessa mai di ispirare cultori e professionisti del settore.

METROPOLIS, Fritz Lang, 1927
Tra i primissimi esempi di distopia cinematografica, questo rivoluzionario lungometraggio in bianco e nero sembra riproporsi attraverso i decenni continuando a ispirare l’immaginario collettivo (per citare due casi, Matrix e Blade Runner). In un 2026 lontanissimo per il regista quanto attuale per lo spettatore moderno, le divisioni di classe sono tanto accentuate da riflettersi nella topografia cittadina e nella dialettica tra slancio aereo e un infernale sottosuolo. Una Babele moderna dove il cuore è una macchina (Herzmaschine), ma continua a rappresentare la prima forza motrice; una metropoli ispirata dallo skyline di New York, dall’estetica futurista delle architetture impossibili di Sant’Elia e, certamente, da una concezione della città che a Lang non poteva che essere trasmessa proprio da Berlino – città, non a caso, dove il film fu girato e proiettato la prima volta.

Una scena di Metropolis (1927), con le sue architetture ispirate al genio visionario di Sant’Elia

IL CIELO SOPRA BERLINO, Wim Wenders, 1987
Indimenticato, onirico e intriso di simbolismi (dalla Bibbia a Omero), il film non racconta ma canta la sinfonia di una Berlino – landa desolata (Potsdamerplatz è tra i luoghi più iconici) attraverso un altro moto di caduta, quello degli angeli, che per un de-siderio di assorbire le vicende e le identità umane precipitano in un ambiente urbano immobile. Al contrario di quanto avviene nella classica iconografia cinematografica di Berlino (si pensi a Die Sinfonie der Groβstadt, Berlin Alexanderplatz, Metropolis), la città è immobile, gli individui vivono in maniera dissociata, come sparpagliati dall’esplosione del reale. Una Berlino multiculturale, più anglosassone che tedesca (Peter Falk ne è l’emblema: la città filmica che riflette sulla città filmica, una parentesi meta-artistica che rimane impressa) si rivela tanto luogo di solitudini struggenti quanto di solidarietà coatta, un’isola obbligata fotografata da un bianco e nero con impreviste campiture dense.

L’angelo Cassiel in una Potsdamerplatz desolata e iconica

GOODBYE LENIN / 79M m² DDR, W. Becker, 2003
Ironico e struggente al tempo stesso, il film segue le vicende della famiglia Kerner e il suo destino parallelo a quello della città, luogo dove si raccordano la storia personale e quella collettiva. I temi della memoria e della ricerca di identità vengono ritratti attraverso una costruzione per certi versi assurda, che si situa tra l’escamotage narrativo e un senso di malinconica instabilità composta da una nostalgia irrazionale e un’impazienza colpevole. Il materiale documentario originale, l’iconografia riconoscibile, il dialogo diretto con la voce narrante: tutto ciò contribuisce a dare al film, almeno a mio parere, un tono inconfondibile e la capacità di suscitare emozioni. La presenza della città è fondante, si declina in interni ed esterni, trova ogni via mediale possibile per esprimersi – grande importanza è infatti data a televisione e comunicazione. Nodo centrale del film, le diverse reazioni al cambiamento e al movimento, l’ibrido carattere di un progresso che si vuole univoco ma che comporta il distacco e l’abbandono di una identità, nonostante tutto, profondamente radicata. L’idea di appartenenza riesce a contattare, anche attraverso il velo di una ironia disincantata e un po’ malinconica, la dimensione più intima dello spettatore.

Goodbye Lenin: l’episodio paradossale che dà il titolo al film

LE VITE DEGLI ALTRI, F. Henckel von Donnersmarck, 2006
Berlino Est, 1984: il film indaga il mondo della Stasi (l’organizzazione di segretezza e di spionaggio della DDR) e il clima di parossistico sospetto della Guerra Fredda, che non risparmia nemmeno gli appartenenti al partito. Attraverso il dissidio di un esponente della polizia segreta, incaricato di spiare un intellettuale non allineato, vengono poste questione spinose e sottili sul rapporto tra letteratura, cultura e regime, ponendo in luce come la ricerca di una libertà personale, sociale e ideologica diventi una vera e propria urgenza trasversale, capace di far vacillare anche gli allineamenti politici, le fedeltà ormai diventate appartenenze. La questione identitaria si slega quindi dalle dottrine assimilate passivamente per diventare scontro, dissidio, sacrificio. Un film che lascia, sì, dietro di sé una tragica amarezza, ma anche la consapevolezza di un instancabile, indivisibile senso di umanità.

CHRISTIANE F. – Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino, Uli Edel, 1981
Tratto dall’omonimo, potentissimo romanzo autobiografico, di cui conserva tutta la cruda capacità comunicativa, racconta la caduta attraverso il moto spiraliforme della dipendenza. Non si tratta – non per Christiane, non per Detlef e per nessuna delle altre vite che essi toccano per sperimentare, inevitabilmente, l’esperienza della distruzione di sé o altrui – di una traiettoria a precipizio, quanto piuttosto dello scavo in un abisso dai margini sempre più ampi, sempre più distanti. Attraverso l’abbruttimento e il disperato tentativo di disintossicarsi, Christiane espone sulla propria pelle, con feroce sincerità, gli anni Ottanta di una Berlino periferica, un sottobosco umano che né le luci al neon né la musica di David Bowie riescono a strappare a un’oscurità poliedrica. Non si tratta di un film né di un libro semplici, bensì mi sento di consigliarli. Non uso spesso l’aggettivo “necessario” riferito alla letteratura, ma credo che un’eccezione, qui, non sia così fuori luogo.

Spero vi sia piaciuto questo breve crocevia di suggestioni berlinesi. Se vi fa piacere condividere suggerimenti, esperienze, confrontarvi qualsiasi modo, lo spazio è aperto. 🙂

[Martina, @myworldinakallax]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.