LETTERE TRA DUE MARI

di Siri Ranva Hjelm Jacobsen (traduzione di Maria Valeria D’Avino, illustrazioni di Dorte Naomi), Iperborea

Quando cerco di risolvere un dubbio o rispondere a una domanda complessa, rivolgo lo sguardo alla natura. Ogni cosa, in un modo o nell’altro, è già stata affrontata dall’ambiente che ci circonda, che ha risposto adattandosi in svariati modi, anche, e soprattutto, a noi. La Natura, quell’entità totale in cui siamo immersi, spesso percepita come un alter ego, qualcosa di altro da sé.

Le acque cui l’autrice restituisce voce sono concepite come entità di genere femminile, culla primigenia che contiene l’intera storia della Terra e il futuro della vita. La “rottura delle acque”, o separazione dei mari, ha dato luogo al mondo che ci ospita.

La corrispondenza che intrattengono Atlantica e Mediterranea – personificazioni degli omonimi mari – è il dialogo lento e paziente di chi ha il lusso e la maledizione del tempo. Tutto scorre, tutto passa, loro restano.

Atlantica è anziana, quasi astratta, talmente vasta da non conoscere la differenza tra il dì e la notte, abbracciandoli entrambi. È adagiata nella propria lettura del mondo, nulla la stupisce.

Mediterranea, invece, somiglia a un’adolescente piena di vitalità, coraggiosa, vulnerabile e un po’ ingenua. È curiosa e continua a porre, a porsi domande, le interessa ogni più piccolo dettaglio, ha un approccio filosofico: c’è molto potere nel non avere certezze, c’è possibilità di essere, di trasformarsi.

Spettacolare copertina, adattamento di Surfing, opera di Agnieszka Żurawska-Gwóźdź

L’intento dell’opera mi sembra sia quello di stimolare l’interrogazione, la messa in discussione: accendere la miccia di differenti chiavi di lettura, di nuovi desideri. Perché il desiderio è gioia, coraggio, impeto, forza creatrice, cambiamento.

Ritornare alle acque per comprendere il punto di vista dell’ambiente, lasciando che sia lui a raccontarci di sé e del suo rapporto con noi, non viceversa, deponendo il nostro sguardo antropocentrico; un taglio pionieristico per parlare di cambiamento climatico sfruttando generi diversi: dalla poesia alla saggistica, passando per una componente diaristica, dando luogo a una estrema libertà di espressione.

Il tono del libro svela un profondo amore per la natura, come già intuibile in Isola, romanzo d’esordio vincitore del Premio MARetica 2019.
Amore, ma anche cura, accudimento, non catastrofismo, sebbene si accarezzi la prospettiva di un futuro tracollo ambientale. Ci si domanda se per gli oceani la catastrofe sia qualcosa di positivo. Forse sì, sarebbe per loro un ritorno a sé, al proprio ruolo attualmente minato dalle umane perturbazioni.

Cara sorella,
tra non molto, grandi foreste ricresceranno in noi, fitte e nere di nutrimento. Pensa a questo. Pensa che saremo l’unico suono al mondo.
Tua Atlantica

Ed è interessante la funzione di colui che incarna nel libro il concetto di ritorno, Icaro, che ritorna al mare. Leggendo, pare di sentirne il suono della caduta, dell’entrata in acqua: ritorno/sconfitta che restituisce il senso di una sofferta connessione con l’elemento dal cui “grembo” siamo venuti.

Guardare in faccia la realtà è difficile, doloroso, fa arrabbiare, ma è necessario. E il mezzo che ci offre la scrittrice è l’opposto della disperazione: una forma di speranza coltivabile. Immaginare ciò che potrebbe accadere stimola a essere migliori versioni possibili di sé.

[Serena, @culturalpills]

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/p/CMxSKv0nraL/

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