IL GIOVANE HOLDEN: due punti di fuga convergenti all’orizzonte

di J.D. Salinger, Einaudi

Cominciamo l’anno con una storia importante, capace di interrogare la vita e di incentivare il lettore a porsi domande. Abbiamo affrontato questo libro a novembre, decidendo di portare avanti un discorso dialogico per rendere più ampio il bacino di riflessioni che Il giovane Holden ci ha suscitato.

Un elemento di confronto è stato l’adozione di traduzioni differenti, cosa che ha sollevato questioni interessanti durante la passeggiata che ci ha permesso di proiettarci nelle strade della nostra amata NY: si è scoperto che il linguaggio proposto a mezzo secolo di distanza è molto variato e abbiamo sorriso dei modi di dire ormai caduti in disuso.

Il nostro percorso si snoda attraverso nuclei tematici, lessicali e ideologici spesso differenti, ma paralleli, proponendo una filigrana comune in due chiavi di lettura che ci piace pensare complementari.

In chiusura, un testo aggiuntivo che racchiude la particolare suggestione lasciata da questa esperienza, incastonata nella sua stagione naturale, ideale teatro di lettura.

[Martina, @myworldinakallax]

(traduzione di Matteo Colombo, 2014)

C’è un riquadro bianco, in copertina. Lo spazio per essere fuori tema, arrabbiato, inappropriato, sprecato. Libero di non essere niente di speciale, di sentire ogni mancanza senza doversi giustificare.

Di Holden si potrebbe dire tanto – che è il simbolo di una generazione, di un’inquietudine condivisa e trasversale, di un’incerta, eterna adolescenza. Ma non si racconterebbe mai davvero la sensazione del fiammifero che brucia sotto le dita, la ribellione contro tutti i vaffanculo che non si possono cancellare dai posti in cui vorresti tornare, la meraviglia di scoprire di camminare ai due lati della strada verso la stessa direzione.

Non una meta, ma un meraviglioso, spaventoso nulla. Un giro di giostra a vuoto – la stessa musica, la stessa scuola, la stessa linea circolare, e chiusa, di sempre. Le cose che si fissano, che non scivolano via in un flusso di eccetera, non cedono alle luci illusorie, mistificatrici, di una festa cui non sei invitato ma a cui ti ritrovi a partecipare. Perché il mondo degli adulti è quel posto dove nessuno presta attenzione. Dove tutti si dimenticano qualcosa, nel momento in cui non ce l’hanno più sotto gli occhi.

«Certe cose dovrebbero rimanere come sono. Dovresti poterle mettere in una di quelle grandi teche, e poi lasciarle in pace.»

Il romanzo di Salinger piace (o non piace per niente: le reazioni che suscita sono opposte e radicali) perché, alla fine, i diciassette anni di Holden non sono che un parlare troppo forte, un fuori misura in un mondo in cui nessuno è disposto ascoltare la poesia ingenuamente affidata ad un vecchio guantone. Poesia travisata, assorbita, rielaborata, quasi ci fosse troppa fretta di trasformarla in vita. Una solitudine rumorosa. Il Giovane Holden è una sorta di monologo mai statico, una narrazione di moto connesso ad una reiterata lacerazione: una caduta in contraddizione, un precipitare quasi di valanga con una sua inarrestabile, tragica bellezza. La dinamica supera il dualismo, non si esaurisce ma si smarrisce, senza dare una risposta finita, tra il prendere – al volo qualcosa di delicato destinato al precipizio, salvandolo – e il perdere. Lasciare e lasciarsi andare. Equilibri abbandonati in una cosciente follia, il momento tra la fiammella accesa e l’odore che lascia, l’ultimo guizzo prima del buio.

«Mi è capitato di lasciare scuole e altri posti senza nemmeno sapere che me ne stavo andando. Ed è una cosa che odio. Non importa se è un addio triste o brutto: quando me ne vado da un posto, voglio sapere che me ne sto andando.»

Ed è anche una storia di partenze. Una storia di valigie, troppo belle e illusorie come ciò che viene filtrato da una pellicola cinematografica, oppure improvvisate, trascinate, cardine di un cambiamento, di ritorni e di deviazioni assurde come un componimento fuori tema, di ricerca di un impossibile compagno di viaggio. La figura che attende ai margini del campo di segale è sola, una storia letta per conto proprio, mai messa in scena da nessuno. Se Holden si guarda indietro, alle spalle ci sono i luoghi che ha lasciato senza concludere nulla, ci sono le occasioni perse. Le mancanze irreparabili. Ossa rotte. Poesia destinata a sbiadire.

Phoebe.

Quando la meta è uno spazio bianco – e spazio bianco è anche il viaggio – l’ampliarsi del ventaglio di possibilità è quasi vertiginoso. La partenza è anelito da sognare prima ancora di essere tornati. Il ritorno chiama anche se ancora non si è partiti – o, forse, se non si partirà mai. Perché il riquadro è bianco, non vuoto, anzi, è tanto pieno da essere cacofonico, inappropriato, inconcludente. Perché i suoi margini sono tremendi, affilati e impietosi, senza nessuno che ti afferri, quando venire incontro non basta. Quelle dimensioni della mente, quei contorni del cuore sono abissi spalancati, rassicuranti e spaventosi al tempo stesso, coacervo di quelle contraddizioni che l’adolescenza condensa in un nucleo vivace e violento, ma che rimangono comunque profondamente umane. Il nodo stretto da Phoebe con ciò che di duraturo e pulito si riesce a mettere in valigia rappresenta una traccia che porta in quei posti tranquilli che non sono ancora stati invasi, quelli dove i vaffanculo non sono mai arrivati o qualche fuoriclasse è riuscito a cancellarli, dove ti fermi abbastanza da farti domande.

Le anatre in inverno, i pattini da ghiaccio. Un museo e una valigia. Un disco rotto di cui chi ami conserva i pezzi, perché conosce la musica. Perché la sa ballare.

«Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate poi inizia a mancarvi chiunque». Ché alla fine, forse, la storia la ascolta solo Phoebe, che si reinventa ogni giorno, perché finché non sai dove andare – se andare – cosa ti interessa, cosa accende il fiammifero, allora tanto vale provare, costruire per poi smantellare. Partire per ritornare.

Lasciare e afferrare. Accettare il rischio di una brutta caduta, quando può essere lo slancio per prendere il volo. Non concedersi sconti, non lasciarsi stare, ma nemmeno adattarsi ad accettare le regole di un gioco altrui in un continuo, sofferto peregrinare che passa dal pianto, dalla perdita che ogni tappa comporta, dalla stanchezza, ma anche dalle luci di una giostra. Un limbo che è un lembo strappato alla storia di Holden e a tutte le storie, infinito e indefinito tempo di nessuno, né prima né dopo, né ritorno né partenza. Bianco e nero. La luce accesa o spenta dietro le finestre di un albergo. Neve e asfalto. Cosa detesti e cosa ami in un susseguirsi di parole contraddittorie, evanescenti, troppo veloci, troppo elusive. La ribellione di Holden passa per un perenne altrove e non porta in nessun luogo, protetta da una rete di corda: la letteratura che salva e che sfida, richiamo continuo per eterni ragazzini troppo adulti.

«Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che vuoi.»

Forse vorremmo sapere che ne è stato di lui, se arriviamo a volergli un po’ bene. Se c’è stato un ritorno o una partenza. Quanti nomi ha cambiato Phoebe. Se alla fine Holden ha avuto i pattini giusti e qualcuno a cui parlare delle poesie scritte sul guantone. Dove vanno davvero le anatre d’inverno. Se, alla fine, ha deciso di leggere i versi di Burns così come sono o se, come mi piace pensare, ha continuato a credere al cacciatore nella segale.

[Serena, @culturalpills]

(traduzione di Adriana Motti, 1961)

Holden Caulfield…ci siamo conosciuti tardi, è vero, ma non posso che volerti bene.

Holden mostra i moti tipici di un adolescente disilluso per cui tutto è o bianco o nero e ogni opinione è espressa in modo netto; c’è un linguaggio di tipo gergale, quotidiano, “sguinzagliato”, provocatorio e in rivolta come il ragazzo che sembra debba per forza avere un giudizio su tutto, quasi ne dipendesse la sua stessa vita. Le emozioni che prova non sono mai placate dalla moderazione tipica della consapevolezza dell’età. Sono trasporti violenti, nel bene o nel male, così come l’opinione che ha di sé e degli altri.

Il libro, l’avventura notturna nelle strade di New York – atemporale città-specchio degli stati d’animo del protagonista – e tutti i bizzarri incontri che Holden fa sono tappe di uno slancio di ritorno verso casa. Quella casa che non è più il luogo dell’infanzia, ma uno spazio da cui, se da un lato desidera fuggire inseguendo la propria libertà, dall’altro deve rientrare ogni volta che rifiuta/abbandona un ruolo che è stato scelto per lui: un incasellamento le cui regole non corrispondono alle esigenze interiori di una persona in divenire che cerca di scoprire quale sia il proprio posto nel mondo.

Holden odia le rappresentazioni, il cinema, gli attori perché sono un surrogato di realtà che viene proposto bell’e confezionato, mentre lui cerca la Verità, e le sfumature in cui essa alberga, spinto dal bisogno di esplorare, di mettersi alla prova, di capire chi è lui stesso; di conseguenza, ciò che è manipolante e crea finzioni non gli risulta congeniale, anzi lo disgusta.

Holden vive una profonda lacerazione nei confronti del suo vissuto precedente, quella fase in cui la casa genitoriale racconta l’ormai passata illusione dei sogni infantili. Luogo che disegna anche una patria cui non si può più tornare perché – purtroppo o per fortuna – il corso dell’esperienza non è riavvolgibile. Perciò bisogna trovare la propria dimensione in infiniti altri territori, nel mondo e in se stessi. I genitori non compaiono mai, se non come fantasmi su uno sfondo opaco, ritratti con pennellate troppo diluite, incapaci di essere punti di riferimento.
Quest’Odissea incompiuta che Holden percorre è una sorta di rito di passaggio dal quale non potrà tornare identico alla persona che era prima della partenza.

La liminalità di una fase come quella adolescenziale fa sì che il velo tra vita e morte, giusto e sbagliato, moralità e viziosità diventi più sottile proprio perché tutte le energie sono tese al cambiamento; pertanto ciò che rende stabile l’esistenza si fa sempre meno durevole. La confusione, l’incertezza, la stessa indecisione riguardo le azioni da compiere nascono dalla mancata comprensione di sé, dal non essersi ancora messi alla prova con l’alterità per tracciare i propri confini e darsi una forma: un tempo in cui l’identità è ancora un mosaico fluido dai tasselli intercambiabili e tutto è ancora da delineare.

Lo vediamo ancor di più nella saggia Phoebe (etimologia: puro, luminoso, brillante), che cambia nome in base ai suoi moti, alle necessità nella ricerca dei propri contorni. Un foglio bianco in cui vergare la propria storia, pronto a rinnovarsi ogni volta, come fosse la prima. Lei è ancora libera dalle strette maglie dell’età adulta e può quindi fluire liberamente, sperimentando, raccontando se stessa in infiniti modi.

Nella vita di Holden, Phoebe rappresenta l’ultimo punto di connessione con l’età dell’innocenza, quel nodo “sano” che consente al giovane di prendersi cura dei sogni e delle speranze di qualcuno più indifeso di lui. Di fronte alla sorellina, è Holden l’adulto e, come tale, è in grado di accompagnarla e gioire della sua felicità.

Holden è il catalizzatore dei sentimenti di una generazione (e un po’ anche della adolescenza stessa). Continua a porsi domande che non trovano – e non possono trovare – risposta («dove vanno le anitre del laghetto durante l’inverno?»). Lo smarrimento, il conseguente abbandono e il modo erratico che conducono il ragazzo per le strade della metropoli traducono efficacemente una scissione, sia storica che personale, nei confronti di ciò che era prima.

Un libro controverso, ribelle, un coraggioso monumento letterario denso di humor che a settant’anni dalla sua pubblicazione – avvenuta nel 1951 – non ha ancora smesso di dividere gli animi e di emozionare intere generazioni.
Grazie Salinger!

LETTERA a HOLDEN (o di valigie, dicembre e poesia a sproposito)
Brano di Martina, scritto per la partecipazione al Concorso Deacultura 2020
Pubblicato su Rivista Blam il 17/02/2021 come Il racconto del mercoledì

Caro Holden,

forse ci voleva dicembre per capirlo davvero. L’aria secca e gelata, questo vorticare di neve, il buio alle quattro e le luci fuori. Due linee di febbre e un’idea improvvisa – le valigie che non prepari, i posti a cui non dici addio, ciò che non ti curi di mettere sotto una teca di vetro. Tutte le cose che non hai idea di dove vadano a finire, come le anatre quando i laghi ghiacciano. Chissà se si trovano tutte insieme in una specie di intercapedine dove non c’è vuoto e non c’è polvere, chissà se dicembre non è poi che questo: un ultimo luogo da salutare, un ultimo ripensamento, il momento sospeso.

Ché dicembre non è lo stesso per tutti e le case sono anche quei posti assurdi dove non vedi l’ora di tornare prima ancora di essertene andato, ma poi esiti e non entri. Non ancora. Come se volessi andare via già prima di essere arrivato.

Da fuori, dopotutto, non è che un quadro giallo sporco come tanti nell’aria livida che promette neve e mantiene solo buio. Perché questa non è New York, questa finestra sparisce tra tante, forse tra poco si spegne. Ma non finisce il ballo, non muore la fiamma. Non si perde l’odore. Perché forse ci vuole dicembre per capirla davvero, quella sensazione di essere nell’unico posto comodo, asciutto e caldo nel mondo. Fuori piove. Fuori non piove. Non importa.

Ci sono storie di cui ti fidi, e tu probabilmente lo sai, no? Quella frase sugli autori a cui vorresti telefonare appena chiuso il libro, quelle vicende che magari nemmeno finiscono – chissà di cosa è pieno il loro intercapedine, chissà se il loro dicembre somiglia un po’ al mio, un po’ al tuo o a nessuno dei due. Forse è per questo che mi viene tanta voglia di andare fuori tema, ché anche a me farebbe impazzire l’idea di spendere tremila battute solo per raccontare di qualcuno che ha scritto poesie su un vecchio guanto per sentirsi un po’ meno solo in mezzo a un campo in cui nessuno era pronto ad acchiapparlo. Forse è per questo che sto scrivendo a te, che magari ne andresti matto o magari non la sopporteresti, ma mi piacerebbe tanto – davvero, davvero tanto – alzare il telefono e potertele chiedere, tutte queste cose.

Forse non risponderesti. Forse seguiresti con lo sguardo un altro riquadro d’oro slavato oltre il vetro, il turbinare di neve, la musica di un disco spezzato.

O forse sì, e tireremmo fuori da quell’intercapedine decembrino uno per volta tutti gli irrisolti, i non fatti, i non detti. Starebbero bene in una teca di vetro tutta loro, dopotutto. O forse, raccontando troppo, inizierebbero a mancare anche loro, chissà.

Una donna con una di quelle valigie che rimangono sempre in giro.



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