TRILOGIA DI NEW YORK

di Paul Auster (traduzione di Massimo Bocchiola), Einaudi

Assegnare un nome a ciò che ci circonda è un gesto istintivo e qualificante, uno dei cardini dell’esperienza umana, che in parte coincide con la creazione (γλῶσσα + ποιεῖς): gli antichi, dovendo identificare il potere divino, lo hanno chiamato ‘nome’, termine e bacino di senso di imprecisabile vastità. I vocaboli sono perni attorno cui si srotolano e si riavvolgono la storia ed il cammino dell’uomo attraverso spazio e tempo, che in Auster appaiono nella parabola dell’esistenza come dimensioni fluide.

Le parole chiave hanno due significati: uno antecedente, l’altro successivo alla Caduta del genere umano – con conseguente allontanamento da Dio e diffusione della dicotomia bene-male, che è andata fissando negli idiomi un carattere morale di cui prima non vi era traccia. Nel primo caso, i lemmi sono in linea con l’anima del soggetto/oggetto cui fanno riferimento (significante e significato coincidono); nel secondo, si slegano da quest’ultimo e degenerano in segni soggettivi, che ne viziano la sostanza.

Ci si trova dinnanzi ad un bivio in cui l’arbitrarietà è l’elemento fondamentale: scegliere significa in parte sbagliare ed in parte affidarsi al caso. Nella polisemia (πολυ- + σημαίνω, proprietà di esprimere più accezioni), l’attribuzione di significato spetta convenzionalmente all’uomo che, nella sua esclusiva visione del mondo, esercita una preferenza pescando in un terreno di ambiguità e incomprensione.

L’atto di vagare alla ricerca di oggetti rotti, in “City of glass”, è sintomo della necessità di invertire un processo centrifugo di dispersione idiomatica e culturale, simboleggiata dall’episodio della Torre di Babele. Raccogliere e riconnettere per riconnettersi e ritrovarsi. Restituzione di un ruolo che la vita ha strappato. La città dialoga costantemente con il narratore: ne è quasi la proiezione dell’essenza, una serie infinita di piani intersecati con destrezza, che raccontano una dimensione a-temporale e una realtà liquida, postmoderna, in cui l’interpretazione domina sulla verità, restituendo tutta la complessità dialettica della contemporaneità.
New York: un prisma che scompone la luce e…fa luce(?)

Interessante è l’oggetto-talismano rappresentato dal taccuino rosso («un luogo specifico dove annotare i pensieri, le osservazioni e le domande. In questo modo forse avrebbe mantenuto il controllo sugli eventi»). A cinque anni dalla morte di moglie e figlio, il protagonista firma con le proprie iniziali (DQ), scrivendo nudo per la prima volta: si spoglia di tutte le sovrastrutture nel momento in cui veste e fa propria l’identità del poliziotto privato/detective Paul Auster («non assunto per capire, ma per agire»), e ricomincia a scrivere per sé.

C’è una fusione di significato tra la persona (persōna, ‘maschera teatrale’), la maschera (il ruolo che un attore incarna sulla scena) e la dramatis personae (l’elenco dei personaggi di un’opera drammatica), che talvolta può aiutare a contattare se stessi, in quanto rovesciamento di un processo di alienazione del sé, risultante nell’emersione del groviglio identitaria nelle sue più particolari e cangianti sfaccettature.

«Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che quel punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non-luogo mi apparve come il centro esatto del mondo».

Ci si trova dinnanzi ad una potente stratificazione delle frammentate e commutabili identità che, coesistendo unisone, accompagnano il protagonista, abitandolo. Alle tre persone iniziali se ne aggiunge una quarta, che permette all’uomo di agire oltre i limiti che di norma mantengono la sua vita su binari prestabiliti. Si pensi al gruppo convergente, in “City of glass”, composto da Daniel Quinn – William Wilson – Max Work + Paul Auster, ma anche a Henry Dark (altro personaggio fittizio); ai due Peter Stillman, il giovane e il vecchio e al narratore finale.

La gittata narrativa rivela, infine, un virtuoso parallelismo con il “Don Chisciotte” di Cervantes (definito il primo romanzo moderno), in cui si ipotizza che il protagonista si finga pazzo per analizzare gli esiti della cultura che lo circonda. Laddove si va alla ricerca di un senso, non più offerto dall’ambiente esterno, come per gli antichi, curiosamente la narrazione è affidata ad una figura la cui identità non è ben specificata.

«Nessuno è mai stato me. Può darsi che io sia il primo».

Materia di indagine non è più il ‘cosa’, ma il ‘chi’, in tutte le sue declinazioni e proiezioni, nelle sue complesse congiunzioni con il mondo e con l’Altro da sé. Auster, abile nocchiere del vascello su cui navighiamo, ci conduce con maestria nei meandri misteriosi della mente e della vita contemporanea.

[Serena, @culturalpills]

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