PAESI TUOI

di Cesare Pavese, 1941, Einaudi

Esordio narrativo di un Pavese trentatreenne, che propone un testo impegnato, scandaloso e sovversivo per le tematiche, frutto della necessità di svelare ciò che si cela nell’intimo.

Il libro, di esigua mole, è una gloriosa e appassionata fotografia della condizione rurale: intreccia caratterizzazioni umane e Natura, in una danza di sacrifici e rituali che scaraventa nell’abisso ogni possibilità di strapparsi da tale dinamica centripeta.

Il contrasto città-campagna è intenso, dal momento che l’autore ci fa dono di un potente taglio d’immagine. Occorre infatti un elemento esterno, estraneo e prontamente estricabile: un protagonista-narratore che possa offrire un punto di osservazione sciolto, urbano, ma non del tutto affrancato dalla seduzione bucolica, onirica quanto reale, e dal coro di voci dei suoi abitanti, gravide di suoni dall’aspro sapore terragno.

Il Pavese antropologo pesca a piene mani nel bacino delle mitologie arcaiche, fascinosa materia di studio e fondamenta per la costruzione della sua poetica. Se ne abbevera e restituisce una nutrita gamma di corrispondenze simboliche, ancestrali, che suggellano un implicito patto in cui colloca il microcosmo agricolo dai tratti tipicamente patriarcali, rappresentato da una famiglia le cui logiche sono scandite dalle stagioni, dai compiti che il lavoro assegna.

A condurci lungo il tracciato dell’opera è la violenza, che insinuante si muove, trasforma, spinge all’atto, alla prevaricazione: la ribellione dell’autore è di portare alla luce tabù – dal francese tabou, risalente al polinesiano tapu, «proibito» – quali l’incesto, la follia, la morte nel sangue; inoltre riprende tematiche “classiche”, proprie di un mondo antico, pregno di mito, ché non c’è strumento più efficace del mito per affondare nell’anima umana, nelle pieghe di se stessi, per trovare forme di realtà universali, e sempre attuali, come la sessualità e l’incontro-scontro tra dimensione maschile e femminile. Le donne di Pavese sono sensuali luoghi metaforici che dialogano con la Natura meglio di come facciano con i propri simili, nodi di quella implacabile aggressività ferina che non lascia scampo.

[Serena, @culturalpills]

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