Vienna – o di oro, nostalgia e tavolini

#mercolediscovery 2

Vienna sembra essere una città che vive in retrospettiva. Leggerla, come percorrere i suoi viali, significa stipulare un tacito patto, accettare la possibilità di spalancare porte senza tempo. È una malinconia che poco ha di dolce, un attaccamento dal sentore decadente di cose che appassiscono. Una fine estate, l’orlo di una catastrofe. Il bordo dorato di una nube temporalesca, una piombatura espressionista a sigillo dell’inafferrabile.

Vienna è splendore, ma convive con il presagio della sua fine. È una scadenza prefissata che non trova espressione numerica, formale, verbale, ma striscia per le vie, si insinua sotto le porte dei caffè, ne rende appiccicosi i tavolini e troppo dolci, quasi stucchevoli, i dessert. È la morte del vecchio regime che non apre al nuovo, solo a un vuoto spaventoso. È la rottura desiderata che non si sa più abitare, un’immensa casa vuota per chi fatica a raccogliere i suoi averi in una valigia.
Di Vienna ricordo le luci, quasi si animasse dell’oro dei lampioni, delle vetrine dei bar e delle opere di Klimt. E tornare a frequetare la sua versione cartacea è stato un gioco di nostalgie non mie, che però si insinuano bene nelle pieghe dei viaggi custoditi dagli anni. Somigliano a una settimana di fine estate in cui il primo temporale ha portato l’autunno, sfiorendo, spogliando i rami di foglie già ingiallite mentre ancora il Prater verdeggiava.


La fama del bel Danubio blu si lega a un passato suggestivo che riporta alla mente il suono dei valzer e la luce scintillante dei lampioni in ferro battuto. Vienna (Wien) sorge all’estremità settentrionale del Wiener Becken, nel punto in cui la pianura si incunea tra la Selva Viennese e il Danubio, il fiume che da sempre ne delinea l’identità condivisa con altre grandi città del tessuto mitteleuropeo. Ricchissimi sono gli spazi verdi che abbracciano la città lungo le sue sponde.

Il Mitte è il primo dei distretti (Bezirke) che da cui si irradia la capitale, e sul contorno delle antiche mura romane (100 – 500 d.C.) corre il Ring che abbraccia il centro storico. La Ringstraße è uno dei più raffinati e monumentali viali europei, sul quale si affacciano prestigiosi palazzi e splendidi edifici storici.

Il suo nome deriva dalla latinizzazione (Vindobŏna) del celtico vindo (“bianco”, forse in riferimento al fiume che la attraversa) e bona (“forte”, “accampamento”): il primo nucleo è dell’89 d.C. Da sempre cuore nevralgico d’Europa, la sua esposizione alle invasioni apre anche alla commistione culturale che qui porta il Cristianesimo sin dal VI secolo, quando i monaci di San Colombano e San Gallo si fanno fautori di un processo che renderà le abbazie un tratto distintivo del paesaggio transalpino.

Realtà dal grande fascino romantico, sedimentato nell’immaginario collettivo grazie a letteratura, arte, musica, architettura e figure carismatiche, rinnova ancora oggi il suo fascino attraverso un carattere vivace e la riproposizione di luoghi e momenti che hanno reso eterna la grandezza del suo passato.


Tra le figure iconiche che a essa si legano, una delle più note e amate è Elisabetta d’Austria, nata duchessa in Baviera e meglio nota come Sissi (più correttamente, Sisi), imperatrice, regina d’Ungheria, di Boemia e di Croazia come consorte di Francesco Giuseppe. La fama odierna di Elisabetta è dovuta soprattutto agli indimenticati film degli anni Cinquanta con Romy Schneider.

La sua giovinezza tedesca, vissuta in condizioni di relativa libertà dai consueti vincoli sociali, si traduce in una certa insofferenza che la coglie quando si trova costretta a sottostare all’etichetta della corte viennese, ma manifesta la sua influenza anche nell’opinione poco ortodossa circa le politiche imperiali. Un’indole irrequieta, particolarmente disposta all’ascolto delle istanze minoritarie, la porta a prese di posizione nette e spesso mal viste a Palazzo, facendola paladina dei popoli sottomessi, una sfumatura che ne intensifica l’alone romantico. Scelta da Francesco Giuseppe come sposa a discapito della sorella, originariamente destinata al matrimonio, la sua storia come imperatrice inizia sotto il segno della ribellione. Privata dei suoi affetti e delle sue abitudini, Elisabetta cade presto malata, accusando in via continuativa sintomi di malessere – tosse continua, febbre e stati di ansia – anche a causa delle pressioni subite da parte dell’arciduchessa Sofia.

Elisabetta di Baviera o, per tutti, la principessa Sissi

La vita a corte si rivela capace di strangolarla e crea in lei un’inquietudine che solo l’amore per la poesia, per la cultura classica, i viaggi e la cura del corpo sembrano lenire. Sin dal primo soggiorno in Italia, trovarsi altrove significa per lei riavvicinarsi al marito, pacificarsi con se stessa, strapparsi a ingerenze esterne che la vedono sempre inadeguata, portandola a rifugiarsi in pensieri confortevoli e inaccessibili. Il suo delicato stato di salute ottiene sollievo nel clima mediterraneo del Portogallo e della Costa Azzurra, dove peraltro viene in contatto con diverse altre figure di spicco, tra cui la regina Vittoria.

Appassionata della cultura greca, Elisabetta volle fortemente la costruzione dell’Achilleion di Corfù, palazzo residenziale in stile neoclassico. Concepito come tempio dedicato a un altro eroe solo, disperato e incompreso, – il titanico Achille – esso nasce come luogo deputato alla sua sepoltura, quasi una Itaca ideale, ma le sue volontà vengono disattese. Elisabetta oggi riposa a Vienna, nella Cripta dei Cappuccini, con gli altri regnanti.

Assassinata in Svizzera da un anarchico italiano mentre correva verso il battello, si dice che in un primo momento abbia ripreso la corsa per poi accasciarsi a bordo. Curiosamente, al suo diario Elisabetta – non estranea a pensieri di tono funereo – confidava di augurarsi di morire improvvisamente, rapidamente e se possibile all’estero.

La casata degli Asburgo si passò il testimone del regno di generazione in generazione: l’eredità dei cesari, raccolta e tramandata attraverso il Sacro Romano Impero, suggella un mito di grandezza che rimase vitale per secoli. Un’unità territoriale tutt’altro che sinonimo di compattezza culturale e sociale perdurò dal 1867 al 1919 saldando insieme le corone di Austria e Ungheria, ma l’enorme estensione del regno abbracciava, senza proporre una stabile sintesi, popoli, storie e tradizioni estremamente diversi. Istanze tanto contraddittorie minarono fortemente il cuore nevralgico che si radicava in Vienna, città-icona di un ancien régime splendido e, a lungo termine, insostenibile.


È nei primi del Novecento che l’astro di Vienna assume luce propria: è l’epoca della rivoluzione culturale che assume il significativo nome di Secessione. Sotto l’egida di un appellativo che parla di cesura netta ritroviamo personaggi di primaria caratura, attratti dalle istituzioni accademiche ma ancor più dal fervore spontaneo che anima la popolazione dei salotti. Una società nuova, vivace, in rottura aperta con il passato a costo di imporre un trauma che separa una generazione dall’altra; l’alba di una guerra capace di bruciare un ordine che ormai si percepisce come superato: l’instabilità, la faglia, la caducità fanno della Belle Époque una vena pulsante di fatuo oro nel cuore dell’Europa.

Come spesso accade, rivolgimenti di questo tipo hanno una data ufficiale e una sotterranea, sancita non dal calendario ma da un respiro sotteso. L’effettiva Wiener Secession (Secessione Viennese, 1896), che si riflette in movimenti analoghi nella vicina Baviera, avviene con la separazione dall’Accademia di Belle Arti di diciannove artisti, spinti dall’urgenza di creare di uno spazio capace di definirne l’identità: uno fisico, il Palazzo della Secessione Viennese, e uno di carta, la rivista Ver Sacrum.

Ver Sacrum, aprile 1898

Tra gli ideali innovativi spicca l’immenso sogno della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, crasi di pittura, scultura, architettura come fulgido stendardo di una bellezza nuova, sostenuto, tra gli altri, da Gustav Klimt, Egon Schiele, Otto Wagner.
Rivoluzionaria nella sua semplicità, la peculiarità dell’estetica secessionista sta nel non ripudiare l’arte del passato, ma nell’abbracciarla e trasformarla, fondendola in un ideale moderno e totale.

La gente (…) deve potersi di nuovo ricordare che la loro materia è una scrittura magica che, con macchie di colore in luogo delle parole, ci trasmette una visione interiore del mondo – il mondo misterioso, arcano, meraviglioso – non un’attività commerciale.
– Hugo von Hofmannsthal

Gustav Klimt

L’arte di Klimt – un trionfo di immagini visionarie, enigmatiche, dionisiache – non prescinde dal profondo rispetto della propria eredità culturale (riscontrabile nella dedizione con cui studia le tecniche musive bizantine, legandole con il retaggio familiare dell’attività orafa). È dal connubio tra la spinta ispiratrice dei mosaici ravennati e i neonati Wiener Werkstatte (Laboratori viennesi) che nascono Giuditta I (1901), il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1907) e Il bacio (1907-1908), legate dal filo dorato che scorre sotterraneo all’est Europa sin dall’epoca bizantina. L’importanza del colore e la bidimensionalità delle forme caratterizzano anche Le tre età della donna (1905) e Danae (1907-1908).
Successivamente, anche grazie all’influenza di Egon Schiele e Oskar Kokoschka, la sua estetica si rivolge verso una modalità espressiva meno sofisticata e più spontanea, su cui Impressionismo ed Espressionismo lasciano il segno attraverso cromatismi più accesi e una riduzione dell’utilizzo dell’oro e delle figure bidimensionali.

Il bacio, Gustav Klimt (1907-1908)

Egon Schiele

Legato a Klimt da rapporti di amicizia e stima, Egon Schiele rappresenta un altro volto della Secessione, introspettivo e proiettato verso una sensualità altrettanto marcata ma più ombrosa, quasi scarnificata. Godimento e solitudine sono ispirazioni ricorrenti in un animo angoscioso e inquieto, sfociano in un’altissima tensione emotiva che si manifesta nel rapporto tra figura e spazio vuoto, nella cesura attraverso la quale l’artista opera una linea tagliente e incisiva. Schiele dipinge i meandri della mente in volute affilate in cui si annida cupo il tormento. Abile disegnatore dal tratto nitido, senza ripensamenti, non concede spazio al decorativismo o al compiacimento estetico fini a se stessi. Su una superficie ruvida e scabra, Schiele espone un erotismo scevro da moralismi e senza gioia, le cui protagoniste sono donne dominate da una struggente sessualità, disinibita e urlata quasi in difesa delle pieghe della psiche.

L’abbraccio, Egon Schiele, 1917

VIENNA E L’ARCHITETTURA: da sacro a sacrario.

Tra le tappe d’interesse dell’arte sacra non possono mancare le chiese, considerato il legame tra l’anima austriaca e il cattolicesimo. Tra esse segnaliamo:

La Chiesa dei Cappuccini (Kapuzinerkirche – custodisce al suo interno la Kapuzinergruft, luogo di sepoltura della dinastia asburgica), dove riposano le spoglie dell’antico impero, un respiro sotterraneo che si percepisce ancora nel romanzo di Roth quasi fosse la porta d’accesso di una città ctonia di immobile, immutata grandezza.

Kapuzinergruft, la Cripta dei Cappuccini

La Augustinerkirche è un edificio gotico del 1300, nella quale è custodito il monumento funebre di Canova a Maria Cristina d’Austria, squisita manifestazione di gusto neoclassico che, in una ripresa della piramide cestia romana, apre un vero e proprio cancello sul regno dei morti cui si accosta un allegorico corteo scultoreo.

Il Monumento Funebre di Antonio Canova dedicato a Maria Teresa d’Austria – Augustinerkirche

Più moderna, la Steinhofkirche (Chiesa di San Leopoldo) di Otto Wagner fu edificata nell’ambito della Secessione Viennese (1904-1907) all’interno di un ospedale psichiatrico, in una posizione sopraelevata estremizzata dall’imponente cupola dorata in rame.

La cupola della Steinhofkirche

ARCHITETTURA CIVILE: classico, Secessione e fantasia

Vienna è una città che ha sempre vissuto in maniera intensa, vibrante e quasi profetica nella socialità spontanea, dalle realtà popolari a quelle più sofisticate.

Il Palazzo di Schönbrunn (da schön(er) Brunn, “bella fonte”), nato come riserva di caccia, è stato sede della casata imperiale dal 1730 al 1918 e ha ospitato esibizioni di Haydin e Mozart. Il palazzo, su modello della Reggia di Versailles, si imposta su due fronti gemelli aperti dalle grandi scalinate a due rampe. Gli interni spaziano in virtuosismi di stile dal barocco al rococò al Biedermeier, e un immenso parco abbraccia il complesso. Natura e architettura dialogano proponendo ricordi classici ed echi del tempo; la primaria importanza del giardino viene sancita sin dalla sua realizzazione, in anticipo sul palazzo per dar tempo alle piante di crescere, e si coniuga in una voliera, in diverse strutture che ospitano piante esotiche e in due labirinti. La Gloriette fu eretta come “Tempio della fama” sul punto panoramico più alto del giardino. Le rovine romane omaggiano il gusto neoclassico riproponendo le terme di Tito e Vespasiano, anche se in un primo momento l’area ad anfiteatro rispose al più suggestivo nome di Rovine di Cartagine. Il legame con la Roma dei Cesari suggellava il potere del regno asburgico per il tramite del Sacro Romano Impero, passando il testimone dell’ininterrotta grandezza dell’Occidente attraverso i secoli.

Schloss Schönbrunn


La Hofburg, nel distretto di Innere Stadt, è stata il centro del potere insieme al più periferico Castello di Schönbrunn. Il complesso è stato costruito senza un progetto unitario, caratteristica che si riscontra nella planimetria generale del gruppo di edifici. La parte più antica è la Corte Svizzera (Schweizerhof), dove si trovano una cappella gotica (Burgkapelle) con il tesoro imperiale (Schatzkammer) e uno spazio dedicato alla musica (Hofmusikkapelle).

La Hofburg: accesso principale

Originariamente una struttura a sé stante, la Biblioteca Imperiale (Hofbibliothek) ha il suo cuore in un ambiente oggi noto come Prunksaal, curato dalla Biblioteca Nazionale Austriaca (Österreichische Nationalbibliothek). Noce scuro, pavimenti in pietra e decorazioni in oro incorniciano la collezione di decine di migliaia di volumi sotto una cupola barocca splendidamente affrescata.

Prunksaal der Österreichische Nationalbibliothek

Nel Maneggio d’inverno, dove i sovrani addestravano destrieri di Lipizza e tenevano esercizi equestri, è ancora possibile assistere alle esibizioni a cavallo.
All’interno del palazzo un percorso guidato racconta in grande dettaglio la vita di corte attraverso gli oggetti di uso comune e i tesori di Stato. Grande risalto è dato agli appartamenti imperiali, tra cui spiccano le residenze di Francesco Giuseppe ed Elisabetta di Baviera.

Il Castello del Belvedere (Schloss Belvedere) è un capolavoro di architettura barocca. È formato da due palazzi contrapposti, il Belvedere superiore (Oberes Belvedere) e il Belvedere inferiore (Unteres Belvedere), separati da una imponente prospettiva di giardini alla francese digradanti sulla collina e affacciati sulla città. Ospita la Österreichische Galerie Belvedere, il cui cuore è la più grande collezione di opere di Gustav Klimt.

Giardini del Belvedere

Tra gli edifici più moderni, notevole è il Palazzo della Secessione: luogo simbolo del rinnovamento artistico che domandava uno spazio per le proprie esigenze espositive, una nicchia che fosse separata dai ritrovi abituali dell’arte accademica. L’idea di Olbrich, allievo di Otto Wagner, deriva da un disegno di Gustav Klimt, che prevedeva una costruzione cubica, sormontata da un frontone simile a quello di un tempio. Le linee sono essenziali, le pareti lisce e disadorne (se si esclude un fregio floreale sotto il cornicione) interrotte dai vuoti netti di porte e finestre, senza cornici o modanature.
La semplicità assoluta conferisce al momento dell’ingresso un impatto di forte suggestione, come se si materializzasse in un’aura mistica che concede l’accesso solo agli iniziati. La decorazione, composta da un fregio di foglie dorate, incornicia il portale, sopra il quale è scritto il motto della Secessione: “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà” (Der Zeit ihre Kunst / der Kunst ihre Freiheit).
Elemento di grande novità decorativa, landmark del paesaggio urbano viennese è la cupola traforata, quasi sferica, composta da foglie di alloro (simbolo della consacrazione ad Apollo, dio delle arti) in rame ricoperto da lamine d’oro. Il contrasto è reso efficace dal bianco e dalle forme essenziali della struttura; la cupola permette un’illuminazione naturale sugli spazi espositivi interni, quasi fosse una casa della luce.

Palazzo della Secessione Viennese

Il complesso noto come Hundertwasserhaus prende il nome dal suo progettista, l’eclettico Friedensreich Hundertwasser, uno dei primi a mostrarsi sensibile a temi attualissimi come l’ecologia e la sostenibilità urbanistica (fa infatti grande utilizzo di materiali di recupero). Si tratta di un edificio dalle linee morbide, i colori vivaci, le facciate decorate in ceramica: l’assenza di spigoli vivi e il verde brillante di angoli erbosi e giardini pensili assicurano un ambiente rilassante.
Oggi la struttura ospita cinquanta appartamenti destinati come case popolari, ed è gestita dal comune che, previ controlli, verifica la reale necessità della famiglia richiedente, prediligendo i nuclei in cui spicca l’interesse per il mondo artistico.

Hundertwasserhaus

L’Università di Vienna, fondata nel 1365, è la più antica tra gli atenei dei paesi di lingua tedesca. Al di là delle sedi storiche, vale una visita la facoltà di Economia con la sua biblioteca, un complesso di edifici moderni progettati dallo studio dell’architetto Zaha Hadid rispettando i parametri dell’ecosostenibilità, coniugati in forme futuristiche e ricche di drammatici tagli di luce. Il Campus si trova vicino al Prater e abbraccia vasti spazi liberi per il verde e per l’aggregazione, in cui di fatto viene eliminata qualsiasi barriera per favorire la fruizione dell’esperienza universitaria nella sua assoluta libertà.

WU – Wirtschaftuniversität (Facoltà di Economia)

L’edificio principale del Kunsthistorisches Museum, dedicato alla storia dell’arte, è speculare al palazzo che ospita il Naturhistorisches Museum (Museo storico-naturalistico). Le facciate richiamano lo stile rinascimentale italiano e sono arricchite da un notevole apparato decorativo popolato da statue, marmi e dettagli preziosi. Anche i saloni interni non mancano di catturare l’attenzione, anche grazie al contributo d’autore di Gustav Klimt, che realizzò alcuni fregi di suggestivo impatto. La collezione artistica è di primario livello e ospita, tra gli altri, Antonello da Messina, Caravaggio, Raffaello, Tiziano, Tintoretto, Dürer, oltre ad artisti delle scuole fiamminga e spagnola.

Fregi di Klimt al Kunsthistorisches Museum

Un altro museo importante è l’Albertina, dedicato alla grafica (disegni e stampe), che raccoglie una notevole collezione di disegni e acquarelli del bavarese Albrecht Dürer.

Vienna è depositaria di una nicchia unica del patrimonio artistico europeo, che si declina in molteplici forme dalle discipline pittoriche/scultoree all’architettura, senza dimenticare gli aspetti naturalistici, storici o scientifici del vivere culturale. La capitale austriaca è anche culla della psicanalisi, in quanto Sigmund Freud visse e lavorò per molti anni in città, in una casa ora adibita a museo, prima di essere costretto dalle persecuzioni razziali a rifugiarsi a Londra.

Viste tra i viali


I caffè viennesi (wiener Kaffeehaus, in viennese weana Kafäähaus) sono un’istituzione tipica, una vera e propria forma di salotto culturale, con un ruolo importante nel contesto ottocentesco, nel pieno fervore della società. Il loro carattere di luogo parallelo, estraneo alle logiche meramente accademiche, li rese vivaci teatri di dibattito e crescita culturale. Fra i più famosi Demel, la pasticceria dell’Hotel Sacher, il Café Central.

Hotel Sacher

Vienna e il verde

Celeberrimo è il Wiener Prater, vastissimo parco e area di aggregazione della città. Al suo interno è situato il Wurstelprater, un vero e proprio parco divertimenti. Dapprima riserva di caccia (attività autorizzata fino al 1920), è aperto al pubblico dal 1766.

Mattina al Prater

La Wienerwald a ovest della città è un’area boschiva ricca di bellezze paesistiche e monumenti. 1250 km quadrati di foresta, vigneti e villaggi offrono al visitatore le bellezze della natura incontaminata, ma anche abbazie e castelli. Per una sosta si possono scegliere le locande (Gasthaus) a conduzione familiare, come in tutto il mondo germanico.


Se Vienna fosse una Città Invisibile…

A Maurilia, il viaggiatore è invitato a visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com’era prima (…). Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente, avendo però cura di contenere il suo rammarico per i cambiamenti entro regole precise: riconoscendo che la magnificenza e prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nelle vecchie cartoline mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quella che era.

Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei. È vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto, così come le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa.


– Italo Calvino, Le Città Invisibili.
(Le città e la memoria)


Vienna in letteratura

DOPPIO SOGNO, Arthur Schnitzler, 1926, ed. Adelphi, 131 pag., euro 9

In una Vienna crepuscolare una penna dai tratti psicanalitici che paiono anticipare Freud tratteggia una doppia frattura e il suo speculare riverbero in due vite: l’inabissarsi in un labirinto di pulsioni sfrenate, un concatenarsi di saloni mentali in un percorso irrintracciabile alla luce del sole; la soglia di una catabasi reversibile in cui il sogno si fa farmaco. Testo ricco di allegorie, stratificato e incredibilmente moderno, racconta soglie e territori sospesi, l’eterna, rivoluzionaria e banalissima insoddisfazione umana.

Altre opere di questo prolifico scrittore mi attirano e le recupererò a breve: Gioco all’alba, La signorina Else, Fuga nelle tenebre tra i romanzi. I suoi primi ventisette anni sono narrati nell’autobiografia Giovinezza a Vienna sotto forma di note frammentarie, disponibile in un’edizione splendida.

LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI, Joseph Roth, 1938, ed. Adelphi, 196 pag., 10 euro

I giovani inquieti di Roth paiono alla ricerca di qualsiasi affermazione di vita con disperata, rabbiosa, distruttiva tenacia. La Vienna di fine Impero è una grande vecchia condannata all’implosione dalle forze centrifughe, una città di palazzi che si svuotano senza spegnere le luci in cui fortissimo è il presagio della morte, cardine rovesciato di famiglia e ansia di rinnovamento, del bisogno di perpetrarsi e di strappare violentemente con il passato.
Sarà la Storia – la guerra, la malattia cronica che rende inabili tanto alla vita quanto alla morte i giovani strafottenti – a produrre l’agognata rottura, scaraventando al centro di un Impero giustiziato una generazione di esuli (i ragazzi di Remarque, gli uomini di Ungaretti) incapaci di riabituarsi a vivere.

La Cripta è il secondo libro della famiglia Von Trotta, dopo La marcia di Radetzky. Roth racconta la Vienna di inizio novecento, ma anche le periferie di un Impero che si sbriciola e l’Europa dei senza patria. Ambientato a Vienna è anche La milleduesima notte, mentre Il caffè dell’Undicesima musa è una raccolta dei reportage giornalistici del biennio 1919-1920.

MENDEL DEI LIBRI, Stefan Zweig, 1929, ed. Adelphi, 53 pag., 7 euro

Vienna sembra esistere solo nel ricordo, materializza intorno a un tavolo figure di fumo e vecchi splendori, patria di evanescenze delicate, inadatte allo scontro con la Storia. Perché Mendel è il racconto degli schianti con cui la violenza si abbatte insensata contro un nemico incapace di nuocere. Mendel, rapito lontano nella sua “paranoia sublime, affine alla follia” conosce il mondo solo in termini archivistici, in un ordine commovente e delicato, destinato a scontrarsi irreparabilmente con una Storia che travolge. Mendel dei Libri è memoria amara, ma anche memoria gloriosa di una storia minuscola, piccolo monumento dell’architettura del sapere e del ricordare umani.

LA VARIANTE DI LÜNEBURG, Paolo Maurensig, 1993, ed. Adelphi, 158 pag., 10 euro

Un crescendo di tensione, un gioco sottile come una partita a scacchi, che sfiora l’idea vertiginosa di essere pedine in un disegno enorme che è la Storia. Il carattere peculiare dei personaggi, l’ambientazione geografica, la precisa scelta storica che non lascia alcuna pietà portano, come a conclusione di un perfetto momento musicale, a rispondere alla domanda iniziale.
Anche Canone inverso è ambientato a Vienna e, questa volta, fa della musica il motore della narrazione, inserendosi così nella secolare tradizione austriaca.

LA PARTE DELL’ALTRO, Eric-Emmanuel Schmitt, 2001, E/O Edizioni, 470 pag., 11 euro

Definito come romanzo ucronico, l’opera delinea le vite parallele dell’Hitler vero e di un Aldolf fittizio che nel 1908 ottenne la desiderata ammissione all’Accademia di Belle Arti. L’esito alternativo ritrae un pittore disgustato dalla Grande Guerra, che si trasferisce a Parigi e frequenta ambienti di avanguardia di Montparnasse. Una brillante macchina scenica costruita su un paradosso getta nel lettore il seme del dubbio, sollevando infiniti interrogativi circa il ruolo delle scelte e del caso nel corso degli eventi.

L’UOMO SENZA QUALITÀ, Robert Musil, 1930-1942, Einaudi, 1840 pag., 30 euro

Romanzo incompiuto in tre parti, ha un’originalissima struttura che prevede stralci di tipo saggistico di temi storico-filosofici innestati su un impianto dichiaratamente autobiografico.
Ambientato in quella che è a tutti gli effetti Vienna, capitale di un grande impero pluri-etnico detto “Cacania”, narra la vicenda esistenziale e spirituale di Ulrich: “uomo ideale” che, riassumendo in sé tutte le qualità del Novecento, – ovvero la loro completa assenza – vive alienato, privo di autentici interessi. Immerso in un anti-umanesimo filosofico di stampo nietzschiano, il protagonista stesso descrive la situazione come una malattia della volontà.

ELISABETTA D’AUSTRIA NEI FOGLI DI DIARIO DI CONSTANTIN CHRISTOMANOS, di Constantin Christomanos, 1898, Adelphi, 210 pag., 12 euro

Il privilegiato punto di vista di Christomanos, scelto dall’Imperatrice come lettore e insegnante di greco nel 1891, quando l’inquietudine e la malinconia si erano acuite in modo spasmodico, riporta nel suo diario la vita di e con Elisabetta.
Nessuno fu testimone altrettanto assiduo delle sue parole, spesso straordinariamente lucide, delle sue reazioni spontanee, dei suoi momenti di abbattimento. Si può dire oggi che nessuna narrazione su Elisabetta ci restituisca con altrettanta precisione il timbro di questa «imperatrice della solitudine».
Intorno al contributo di Christomanos, alcune pagine a lei dedicate da scrittori diversi. E soprattutto, in una sorprendente conversazione, il più appassionato interprete si scopre in E.M. Cioran. A lui si devono le più alte parole di riconoscimento che a Elisabetta siano state dedicate: «L’Ottocento conobbe due vette della malinconia: Brahms e Sissi».

MISURA PER MISURA, William Shakespeare, 1623, Feltrinelli, 245 pag., 9 euro

Una commedia a tinte fosche, ricca di colpi di scena, equivoci e sotterfugi, ha luogo in una Vienna dove i costumi rilassati angustiano il duca Vincenzo, preoccupato dell’immoralità dei sudditi. Egli, assegnato a un vicario l’incarico di vigilare e far rispettare l’istituzione matrimoniale, finge di assentarsi e si traveste da frate per spiarne l’operato. Le rivelazioni che seguiranno, alla maniera del Bardo, non si riveleranno banali né prive di acume e modernità, suscitando quel riso pensoso e talvolta amaro che le commedie shakespeariane non mancano di sollevare dopo secoli.


Naturalmente questi sono solo alcuni spunti in breve: come già su Instagram, vi invito a condividere qualsiasi suggerimento di lettura o di interesse legato a Vienna o a suggestioni che riportate alla capitale austriaca. Con la speranza di tornare a viaggiare presto, vi aspetto al prossimo #mercolediscovery e vi ringrazio per avermi letta. Intanto, nelle fotografie si risente l’aria fresca del Prater la mattina presto.

Auf Wiedersehen.

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