CUCINARE UN ORSO

di Mikael Niemi (traduzione di Alessandra Albertari, Alessandra Scali), Iperborea

“È davvero straordinaria la scrittura. Va ad annidarsi tra le pieghe dell’anima. (…) La scrittura ti risveglia dentro un’inquietudine, ti fa quasi venire la nausea. Eppure continui a cercare sul fondo del pentolone.”

Questo romanzo di Mikael Niemi, a giorni di distanza dalla sua lettura, per me continua a legarsi a un aggettivo: rivoluzionario, laddove la prima rivoluzione è venire al mondo – un mondo che non ti vuole, un mondo nuovo che si plasma a partire da un nome. In principio era il verbo, dopotutto, è caposaldo e cardine di una cultura fondante e pervasiva, seppure con i necessari adattamenti culturali, di tutta Europa. Sviluppo peculiare, con il fascino del nuovo e lo sguardo spesso ironico, mai scontato degli autori nordici, Cucinare un Orso percorre strade nuove e altre istintivamente note, risultando in una trattazione romanzata intellettualmente stimolante. Il parto che sancisce questo ingresso nel mondo è un atto cruento e violento che si manifesta in tutta la sua sanguinosa, primordiale potenza quando i concetti di amore e scelta impliciti nell’adozione e nell’imposizione di un nome scoprono loro malgrado di non essere onnipotenti. La rivoluzione è spirituale e culturale, ma si manifesta anche in una dimensione pratica, moderna in maniera irresistibile: è una macchina che cattura la luce, impronte fissate grazie ai prodigi della chimica, donne che predicano.

Un’opera dove il cambiamento inarrestabile si innesta ostinato come un fiume in disgelo attraversando la diversità, usandola come strumento conoscitivo. Lo sguardo di Niemi considera, non come un abbraccio ma come una curiosità intellettuale, tutto ciò che si discosta dalla norma. Ogni sconvolgimento epocale comporta uno strappo, una riscrittura, una reinvenzione – scientifica, interiore, antropologica – di dimensioni universali: la novità portata dalla parola e dall’istruzione, movimento sotterraneo e fondante, parte dall’infinitamente piccolo (il tratto, la lettera) e cresce, fino a creare immagini, diffondere libertà, un turbinare di idee e fascinazioni vergini.

Niemi ricrea l’atmosfera di ammirata meraviglia che ci suona istintivamente familiare se abbiamo amato Eco, un rinnovato connubio tra un Guglielmo da Baskerville profondamente umano, dibattuto tra virtù e caduta, e un novello Adso da Melk forse caratterizzato da una maggiore profondità di pieghe oscure, ma arricchito anche della qualità ibrida di straniero. Proprio dalla non-appartenenza di Jussi nasce la cura meticolosa riservata alla parola. Chi parte svantaggiato, chi deve calibrare la modulazione corporea di fonemi e sintagmi è inevitabilmente più consapevole del loro potere – salvifico o distruttivo.

“Cercavo parole belle, sassi levigati dall’acqua, pietruzze lisce e dalla forma elegante che mettevo nervosamente in fila una dietro l’altra.”

Natura e cultura, dinamica fortissima e declinata secondo le peculiarità dell’estremo Nord, con tinte che vanno dalla riproposizione di un ambiente naturale a una fiera, ardente rivendicazione di autenticità e appartenenza, attraversano tutto il romanzo definendo spesso i personaggi stessi. Ciò che è istintivo e ciò che è cura, ricerca, studio. Le zanne e gli artigli da un lato e il cesello dell’artista nell’altro. Se la natura è tutto ciò che è istintivo, la cultura è il vero Risveglio operato dalla parola, gesto rivoluzionario capace di spalancare le porte.

Jussi muove – è il caso di dirlo – dalla propria appartenenza all’etnia Sami. Ci troviamo in una terra di confine, l’estremo Nord della Svezia, una landa in cui i confini tracciati dall’uomo sono labili, destinati a svanire sotto uno spesso strato di ghiaccio. La commistione linguistica (svedese/finlandese) è fortissima, ma il diverso, come in tutte le epoche storiche e i contesti sociali, viene sempre visto con disprezzo, diffidenza, paura. Jussi è un nomade, l’istinto lo richiama più volte a mettersi in moto, come se qualcosa dentro di lui – una vibrazione ossea, un rimescolarsi del sangue – ciclicamente lo attirasse lontano, fuori, a nessun luogo. Ma se l’azione dello scrivere viene più volte paragonata al cammino, sin dai primi, difficoltosi passi – “Arrivavo dritto al loro cuore. Era come imparare a camminare. Inciampavo e cadevo, muovevo passi malfermi su un terreno dissestate.” – tutto lascia pensare che l’idea di narrazione, di tradizione (nel suo etimologico senso di affidamento a un futuro incerto) sia un processo in divenire, in eterno accrescimento e miglioramento. Qualcosa che accetta di stravolgersi, quando il richiamo delle terre selvagge è troppo forte.

Come tutto ciò cui affidiamo la nostra esistenza, come ogni pegno che stringiamo al collo, come ogni fulcro in cui crediamo, però, la parola ci sfugge. Il potere che noi stessi le diamo la tinge di una doppia natura: lo strumento salvifico e potentemente rivoluzionario, capace di sovvertire l’ordine stabilito, ma anche un’arma affilata che non dimostra alcuna fedeltà, capace di rivolgersi contro di noi con tutta la sua spietata efficacia. Le parole fatali vengono estorte a Jussi, strappate dalla bocca con le tenaglie come un dente malato, il suo nome stesso – lo strumento della salvezza, la penna quasi una estensione naturale della mano – sigla la sua condanna.

È l’implacabile legge della natura, che in questi territori estremi regna accettando, sì, l’invadenza dell’uomo, ma la cui straripante supremazia deve essere ricordata, rispettata, mai violata. Il regno naturale fornisce un ricco panorama a cui attingere, qualcosa che arriva a sovrapporsi con l’umano, se consideriamo la parte istintiva come preponderante. L’animale selvatico e violento è un nemico che conserva una rassicurante estraneità, almeno secondo quanto ci piace raccontarci. Avere un nemico disumano da annientare inebria, rappresenta uno di quei passaggi in cui l’uomo si fa eroe, brilla per il proprio coraggio – qualcosa appunto di ferino e atavico, che ci accomuna alla natura – e allontana l’idea che il colpevole sia affine, familiare. Una lacerazione che porta l’azione abietta su un piano tanto distante da poter essere ammesso. È un nodo profondo in cui gli equilibri tra natura e costruzione antropologica sono delicatissimi: se la costruzione dell’eroe, la ricerca della grandezza attraverso l’abbattimento del nemico sono un meccanismo culturale, c’è una dimensione incontrollabile e istintiva che spinge a colpire in maniera cruenta, a mangiare per non essere mangiato. Il nutrimento è, difatti, tema ricorrente e sempre ammantato di una raffinata doppiezza: Jussi cresce vedendosi negato il nutrimento, oppure sfamato con disgustose commistioni tra il corpo e il cibo stesso. Qualcosa di oscuro, contaminato dalla natura deviata di chi lo somministra, un veleno che, però, non riesce a corrompere del tutto Jussi e Anne Maaret. In entrambi rimane una fame indefinibile, che solo la parola riuscirà a placare, nutrimento finalmente salvifico. Uno strumento che mantiene la fisicità del cibo introdotto nel corpo, ma che la eleva, ne fa strumento di irripetibile grandezza, nel bene e nel male, un’arma che, però, le ombre di un passato cattivo e violento non consentiranno mai a Jussi di fare propria.

“E la cosa strana era che le parole cambiavano quando venivano scritte. La parola era la stessa, ma in un caso era un insieme di segni, nell’altro un suono. Cosa le distingueva una dall’altra? La Bibbia era un testo scritto, eppure andava masticata ben bene per poterla assimilare. Doveva passare dalla bocca e trasformarsi in parola viva. Ma cos’era a provocare quella trasformazione? A prima vista solo un po’ di saliva e qualche movimento della bocca. Un po’ di fiato caldo spinto fuori dalle labbra. Ma allo stesso tempo accadeva qualcosa di inspiegabile, qualcosa che rendeva più intensa l’esperienza della parola. Ascoltare un bravo oratore era come rifocillarsi. Come ricevere nutrimento dalla bocca di un altro.”

Se Jussi non riuscirà mai davvero a padroneggiare la dimensione orale della parola, sarà la scrittura non solo a salvarlo, ma anche a elevarlo. Un processo che lo strappa alla bassezza cui parrebbe eternamente condannato diventa una spinta verso l’altro e l’esterno, un Risveglio personale che chiama a eternarsi.

“Ma adesso non mi basta più. È successo qualcosa, il mondo non è più come prima. Da oggi in poi l’uomo non dovrà più vivere attraverso gli altri, ma attraverso se stesso.”

Il desiderio di eternità nasce con la familiarità con la parola scritta, quando si supera il mero istinto. Essere conosciuto con il proprio nome, dare un nome, dare vita a qualcosa che respira, freme, un cuore che batte, non carne ma carta. Un anelito che sorge fra i libri e si innesta nell’animo di Jussi, invadendolo come il desiderio dell’amata, che lo rende, infine, capace di plasmare la realtà come fosse Storia Sacra, ricreando una nuova Natività impossibile. Tanto potente da sovvertire il Tempo.

“Nella vita reale il tempo procede sempre nella stessa direzione, ma in un libro le cose possono andare diversamente. È quasi inquietante. Nella libreria del pastore vedo file e file di copertine, una accanto all’altra, e tutte contengono tempi di tipo diverso. Il tempo che ci è voluto a scrivere il libro, il tempo in cui si svolge la storia, il tempo che ci vuole per leggerla. E mi manca la terra sotto i piedi quando mi rendo conto che in un misero pezzetto di scaffale è racchiuso più tempo di quanto possa contenerne una vita intera. Le esperienze descritte sono così vaste che nessun individuo potrà mai comprenderle tutte dentro di sé, i pensieri così numerosi che nessuna mente riuscirà mai a formularli tutti nel corso di una sola esistenza, nemmeno se passassimo ogni singolo giorno della nostra vita a divorare libri. Mi immagino grandi case piene zeppe di libri, così tanti che nessuno riuscirebbe mai a leggerli tutti, e al solo pensiero mi vengono le vertigini.”

Questo desiderio di eternità sconvolge le priorità umane, arrivando a una sorta di sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, un nuovo genere di r-esistenza alla Natura e al tempo. L’unica via per essere ricordati, per non perire rendendo inutile il cammino sulla terra – un vagare con una meta finale – è la parola. Tutto svanisce, città, fama, imperi. Ricchezze.
Rimane un nome, inizio e fine di quella vita rivoluzionaria. Essenza in assenza. Frammento di eterno – una pianta. Un fiore.
Dopotutto, non è un caso. Forse Jussi non ha davvero fatto in tempo a imparare il latino, ma a noi suona istintivamente familiare.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

[Martina, @mywolrdinakallax]

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/myworldinakallax/

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