Logophilia

1997, circa:
«Papà, dammi l’orsetto!»
«Come?»
«Der Brummbär!»

Gennaio 2021:
«Qui Qoèlet parla di tempo in termini contraddittori, però».
«Solo in traduzione! Prendi il testo ebraico: vedi, qui usa ’et, che se ti ricordi vale come il kairòs greco, il tempo giusto, il tempo confacente, il tempo in cui l’uomo agisce; dopo, parla di ’olam, è il tempo fuori dal tempo, quello in cui agisce il Santo Benedetto sia. Come nei Trionfi di Petrarca, Tempo ed Eternità…»

Questi brevi scambi di battute tra me e mio padre, a quasi un quarto di secolo di distanza, penso siano il modo migliore per iniziare a parlare di lingue, linguaggi, parole. Nel primo caso, il contesto riguarda i primi drammi del bilinguismo: il mio papà mi ha sempre parlato in italiano o, più raramente, in dialetto bolognese, la mia mamma ha cercato di parlarmi il più possibile in tedesco. A tre anni, però, non mi era chiara la differenza: erano tutte parole che potevo usare, ma cominciavo a capire che alcune parole dovevo usarle con la mamma e altre col babbo. Quindi, quando papà mi chiese «come?», probabilmente pensai al fatto che non avesse capito la parola e non, invece, che non avesse semplicemente sentito. Nel secondo caso, invece, lo scambio riguarda la parola in sé e l’arte di spaccare il capello in quattro, una volontà ferrea di dare ordine al mondo, ai dubbi, allo scibile e al sensibile attraverso la conoscenza dei nomi delle cose. In fondo, penso che nella mia esperienza siano due aspetti legati a doppio filo, in maniera inscindibile.

Italiano e tedesco, dialetto, espressioni idiomatiche intraducibili da una lingua all’altra, poi, un mondo variegato: yiddish, ebraico, romeno e ungherese a riunioni allargate di famiglia e, quindi, assorbite; l’inglese, il francese, il latino a scuola, lingue stimate, ma mai amate davvero. Perché proprio quelle che ho imparato “regolarmente” mi sono restate lontane e non sono diventate mie? Non nel senso della padronanza o del profitto, ma “non mie” perché non mi ritrovo mai a pensare spontaneamente o a sognare in quelle lingue. Forse perché sono arrivate nella mia vita senza quella che per me è sempre stata una componente fondamentale: senza il gioco, senza l’affetto, inteso come ricordi vividi di cose successe “in quella lingua”. A tredici, quattordici anni, ho scoperto Guerra e Pace: ho divorato qualsiasi romanzo russo abbia avuto l’occasione di incontrare, e ho deciso di imparare il russo da sola, cosa che ho fatto a livello molto rudimentale. A sedici ho vissuto presso una famiglia nello Småland, in Svezia, e ho cercato di far mio lo svedese, ed è stato la chiave per orientarsi in danese e norvegese. Negli anni dell’università, della facoltà di Architettura, ho ripreso l’ungherese e mi sono avvicinata al ceco. Da un paio d’anni ho ricominciato con l’ebraico, ma seriamente.

La mia vita è diventata, ed è ancora, una babele linguistica: al di là di meri vantaggi utilitaristici (potersi muovere più o meno senza ansie per buona parte dell’Europa, ad esempio), ci sono due aspetti che mi stanno particolarmente a cuore e ritengo che a una lettura attenta risultino strettamente legati. Il primo ha a che fare con le persone che si incontrano fuori di casa e con quello che ciascuno degli interlocutori può raccontare di sé: non sappiamo raccontarci altrettanto bene in una lingua che non sia la nostra. E questo si lega al secondo: non c’è sofferenza più grande (a livello linguistico) di non trovare le parole giuste. Come posso dire Sonnenuntergangstraurigkeit in italiano? O spiegare cosa significa tretår a un “non scandinavo”? O come si può sentire la stessa tenerezza nel sentir parlare di golubchik ? E come puoi dire quanto ti piaccia qualcosa, quando in ebraico dici che quel qualcosa motze’ khen be’enay, trova grazia ai miei occhi? Come dice Wittgenstein, uno dei filosofi che più mi sono cari, «significare qualcosa con un’espressione comporta l’obbligo di usare l’espressione stessa in modo corretto. Pertanto, anche il comprendere l’espressione impiegata non è che un evento parallelo che vuol dire: saper usare l’espressione».

Se volessimo cercare di capire anche gli interstizi del mondo, dovremmo mettere in conto che i pieni e i vuoti della realtà siano celati e registrati negli aspetti linguistici, nello stile in cui ci si esprime e si cerca di mimetizzarsi, nel senso proprio della Mimesis teorizzata da Auerbach.
Dice Karl Kraus, in uno dei suoi caustici aforismi, citando l’amico architetto Loos, altra grande anima della mia amata Mitteleuropa: «Adolf Loos e io, lui letteralmente, io linguisticamente, non abbiamo fatto o mostrato nient’altro che tra un’urna e un vaso da notte c’è una differenza e che proprio in questa differenza la civiltà ha il suo spazio. Gli altri, invece, gli spiriti positivi, si dividono tra quelli che usano l’urna come un vaso da notte e quelli che usano il vaso da notte come urna». Più tardi, Kraus coglierà, sempre attraverso la rivelatrice analisi del linguaggio, l’incombente follia del Nazismo, come si può leggere in Die dritte Walpurgisnacht (La terza notte di Valpurga, pubblicata nel 1933).
Il linguaggio non si fonda su un’intuizione astratta e a-teorica, ma su una vecchia, classica misura umana: la forma e l’ornamento, linguistici o architettonici che siano, per continuare sulla falsariga krausiana e loosiana, sono il risultato di una collaborazione, anche inconscia, degli individui che costituiscono un intero ciclo culturale.
L’architettura e il linguaggio, in fondo, non sono conseguenze di strutture, ma sono risposta alla necessità di realizzare qualcosa di adatto alle esigenze umane.

La lingua (come l’architettura, d’altra parte: sono due aspetti decisamente più legati di quanto si possa pensare), la cosa umana per eccellenza, è connaturata al formarsi della civiltà e della cultura. Della grammatica degli ordini, della morfologia e della sintassi può commuoverci l’aspetto mitico della derivazione degli elementi, sensibili come siamo a tutti i racconti degli inizi, dal bereshit del racconto biblico, allo struggimento di Callimaco per la vergine di Corinto, ma soprattutto ci importa la volontà di rappresentarne gli elementi.

Quest’ultima riflessione diventa un trait d’union con l’aspetto del linguaggio e della parola che ho assorbito attraverso la tradizione ebraica, ma che potremmo ritrovare anche in Umberto Eco, in Karl Kraus, persino nel linguaggio architettonico filtrato dai Greci: la commistione tra significato e significante, il legame intrinseco tra conoscenza e uso di una parola piuttosto che un’altra. Diventa un discorso d’amore per la parola, per il nome. Per esempio, pensiamo anche solo al nome di una persona per noi importante: non ha un valore diverso proprio in virtù di ciò che indica?
Tutti questi aspetti si fondano e trovano un compimento oggettivo (quello soggettivo sta in ciascuno di noi) nel valore che l’Ebraismo dà non solo alla parola, ma a ogni singola lettera: un modo di scriverle univoco, un valore numerico, un valore mistico. Ci sono pagine e pagine su questo argomento, talmudisti e studiosi hanno scritto commenti e riflessioni sulla Gematria, sulla Qabbalah (in riferimento alla mistica ebraica, non agli aspetti tanto decantati e sviliti da numerose figure dello spettacolo). Ogni lettera nasconde molto più di un fonema e un grafema: non impariamo a leggere e scrivere solo per una mera funzione utilitaristica, ma perché è attraverso questo che diamo forma al mondo. Come può tutto ciò non essere un’esigenza ancora più impellente per una tradizione che fa risalire la propria storia e la storia del mondo a una Creazione ex-nihilo, per mezzo solo della parola? D-o, nella Genesi, dice: non parla, non comanda, non ordina. D-o dice, e il resto è. Migliaia di anni più tardi, Giovanni scriverà che in principio il Verbo, il Logos, la Parola, era D-o. Al di là di credo e fede, viviamo in una tradizione che dà alla Parola, al linguaggio, un potere fondante e vivificante senza precedenti.

Ogni storia è una storia d’amore: in ebraico il valore del Tetragramma divino è 26. La parola per dire “Amore” è ’ahavah, il cui valore è 13. Esattamente la metà del Nome. L’uomo non può essere D-o, non arriva all’infinito, ma ne porta un germe nel cuore: l’Amore è, quindi, l’Infinito a portata dell’uomo.
Ogni parola ha un significato preciso legato alle lettere che la compongono, alle radici comuni. Radici comuni vuol dire significato legato, e ogni lettera ha un significato proprio che contribuisce al significato della parola che forma. Basti pensare alla parola ’emet, verità: alef-mem-tav. ’Alef, la prima lettera dell’alfabeto, mem la mediana, tav l’ultima: la sua composizione copre tutto l’Alef Bet (l’alfabeto ebraico) dalla prima, all’ultima. Proprio come la Verità, che è tale solo se raccontata dall’inizio alla fine. E l’ebraico è tutto così, un serissimo gioco, proprio come io ho imparato le mie lingue da piccola. Un gioco che porta con sé un’identità, qualcosa che in fondo ci caratterizza più di un’appartenenza geografica: qualcosa che, come dicono Amos Oz e Fania Oz-Salzberger, non passa per una linea di sangue, ma per una riga di testo.

Glossario
Sonnenuntergangstraurigkeit: dal tedesco, tristezza causata dal tramonto
Tretår: dallo svedese, riempire la tazza del caffè per la terza volta
Golubchik: dal russo, vezzeggiativo per la persona amata
Motze’ khen be’anay: dall’ebraico, “trova grazia ai miei occhi”, analogo a “mi piace”

[Benedetta, @mendel.dei.libri]

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/mendel.dei.libri/

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