IL VICHINGO NERO

di Bergsveinn Birgisson (traduzione di Silvia Cosimini), Iperborea

TACCUINO DI VIAGGIO – Note a margine di una immersione nei ghiacci

“Chi ha visto solo il nostro lato dell’esistenza non può comprendere l’altro lato. Ma chi si è avvicinato alla vita in una forma più originaria non dimenticherà mai quello che ha visto, e quando fa di nuovo ritorno da quello spazio immenso i suoi ricordi diventano una rivelazione radiosa che non lo abbandonerà mai. È diventato una persona con due vite, ha lasciato parti di se stesso nei deserti.”

La Norðvegr (letteralmente via per il Nord) è un viaggio che Birgisson compie in maniera tanto variegata da necessitare, per seguirlo appieno, una disposizione attenta all’apprendimento. La lettura de Il Vichingo Nero è un percorso impegnativo, ma capace di restituire moltissimo. Forse non ero nemmeno convinta di potercela fare. Forse è stata una pazzia, come se mi fossi messa in viaggio su una barchetta e pian piano mi fossi accorta di quanto fosse necessario armarla. Fatto sta che certi slanci hanno valore in sé, certe rotte si possono raddrizzare col tempo. Al massimo si prende qualche schizzo. Però si arriva lo stesso a destinazione.

O forse no. La sensazione, a libro chiuso, è quella di aver cominciato un viaggio che, penso, durerà parecchio lungo rotte che finora ho toccato poco. Mi piace immaginare di avere una sorta di taccuino di bordo, dove immancabilmente regnano gli etimi e le suggestioni linguistiche, ma anche tante delle domande che Birgisson – uomo e studioso – smuove con discrezione, mentre conduce a vele spiegate in una terra di paradossi, dove la morte si sfida col riso, le barche sono tombe che si inabissano nell’erba e la profonda energia vitale, anche sensuale, si misura continuamente con la tendenza ciclica alla tensione tra distruzione e rinascita che coinvolge l’intero mondo nordico.

La vicenda di Geirmund muove dal mare, tocca quattro territori prima di smarrirsi nell’ignoto di un’Islanda che, forse, di lui ha voluto dimenticarsi. Birgisson sfida l’oblio che la Storia ha inflitto al suo antenato con una passione che infonde profondità umana a una conoscenza accademica solida. Il suo approccio non lascia nulla al caso: sembra adottare una lente di ingrandimento su ogni porto toccato da Geirmund e voler spiegare al lettore ogni pietra su cui poggia la sua ricerca. 

Peccato, però, che l’Artico distrugga persino le carcasse dei trichechi.

L’avversario straordinario – il tempo, la natura estrema, la volubile memoria – richiede uno sforzo intellettuale immenso. Il Vichingo non rappresenta solo la suggestione di un passato eroico: è un uomo del suo tempo, cui lo studioso restituisce tanto i meriti (e i limiti) della figura storica quanto una caratterizzazione. I traumi che lo segnano, i sogni che insegue e quelli che lascia andare. Eccezionale lavorìo archeologico, l’opera non tradisce l’autorevolezza scientifica in una varietà sorprendente di campi – sociologia, filosofia etnografia, antropologia, linguistica, etologia, solo per citarne alcuni – senza mai renderla arido sfoggio accademico. Per sua stessa ammissione, la ricerca è alimentata con la passione e disciplinata con la conoscenza, strumento di omaggio e di riflessione. Si dice che gli islandesi avvertano l’obbligo di conoscere il proprio retaggio fino alle cinque generazioni precedenti: siamo ben oltre, trascinati lungo le stesse coste di Geirmund, avvinti dallo stesso desiderio, a volte fumoso, a volte affilato, destabilizzati da un meccanismo di continuo sradicamento – l’abbandono di un bambino, il tradimento di un ragazzo – e reimpianto in territorio ostile. Se l’epica prospera intorno alle alterne vicende umane, l’opera di Birgisson ne è a tutti gli effetti un esempio.

Rotta verso Nord sia, dunque. Se la prima parte del termine Norðvegr non necessita spiegazioni, la seconda mi riporta alla radice germanica che si lega al tedesco Weg = sentiero, indicando quindi un percorso vario, potenzialmente insidioso, attraverso un territorio capace di mettere alla prova – un bosco, il mare, i mari del Nord. Una costante del moto di Geirmund è il carattere fondamentale che riveste la ridenominazione: la toponomastica è uno dei campi più affascinanti esplorati da Birgisson per confermare le sue supposizioni in merito agli spostamenti del Vichingo Nero. La tendenza alla traslazione di caratteristiche domestiche, che nella lingua madre fanno riferimento a determinati luoghi con una identità specifica, rappresenta una sorta di nostalgica reminiscenza, un modo per tenersi ancorati al ricordo della patria, un meccanismo ricco di valore affettivo (e, talvolta, linguistico) ma che suscita spesso perplessità se confrontato con le peculiarità fisiche del nuovo territorio. Le storie legate ai toponimi sono le più resilienti, come se cantassero allo stesso tempo di due luoghi differenti, fondendoli, eternandoli entrambi, il vecchio nel nuovo, il nuovo che chiama il vecchio.

La storia del viaggio di Geirmund parte dalla Norvegia, dalla condizione di straniero, escluso fin dall’infanzia dalla sua stessa famiglia. Dopotutto, dice Birgisson, “i legami famigliari funzionano come un’estensione della coscienza di sé”, ed è proprio in famiglia che il Geirmund ragazzino inizia ad avvertire una profonda solitudine, una rabbia, un senso di ingiusto, cocente abbandono legato proprio alle manifestazioni fisiche che dovrebbero renderlo più simile alla madre. Si abitua ad abitare il dolore in silenzio; il mondo nordico, dopotutto, è quello che fa del riso l’unico strumento per vincere la morte, dell’ironia un’armatura che funziona altrettanto bene per dèi e umani. Non tutti gli ossimori o le apparenti contraddizioni, quindi, indeboliscono. Caso mai, in quelle terre di eterne notti ed eterni giorni, accade il contrario. 

Se il lavoro di Birgisson rimane difficile da definire – saggio romanzato mi pare una locuzione che calza molto bene – credo che un concetto tradizionale cui sicuramente si rifà è quello di Rőksaga = racconto fantastico argomentato, fantasia basata sulla conoscenza. Già durante la lettura di Gaiman mi sono trovata a rintracciare notizie sulla nozione di saga, legata alla dimensione orale del racconto, alla suggestione di una cultura da tramandare intorno al fuoco. La conoscenza cui si fa riferimento può essere, se pensiamo all’epoca della sua origine, quella cultura condivisa, una sorta di epica fondante, che verrà trascritta in periodi successivi.

La collettività è una dimensione fondamentale, anche se Birgisson non trascura mai lo spessore individuale, particolarmente rilevante per una figura che alla solitudine, all’ostilità, all’incomprensione deve il suo destino di oblio. Ci troviamo in una compagine dove ogni membro è giudice ed esecutore della pena – chiunque può portare a termine la condanna a morte per infamia – una realtà dove la forma fisica è un bene pubblico, dove la vita di un uomo di mare, in virtù dell’importanza della sua attività, è pressoché sacra.

La mitologia fondante la cultura norrena si basa profondamente sull’alternanza degli opposti. Ciò si riscontra nel perpetuarsi del ciclo di creazione e di distruzione che ha il suo culmine nel Ragnarok, il tremendo inverno che apre le porte alla venuta dei giganti, alla loro sconfitta e a un nuovo ordine, ma anche a livello letterario. La figura retorica che anima la poesia scaldica, rendendo scintillanti i suoi versi, è quella della kenning, ovvero del sapiente accostamento di termini antinomici, oppure provenienti da aree semantiche diverse, nella costruzione di un’immagine brillante, insolita e indimenticabile. Così la nave diventa il cavallo del mare, il cielo è l’ampio sciacquadita dei venti: un mescolarsi di quotidiano e immenso che svela la bellezza accuratamente celata dallo scontro degli opposti. La Natura è materiale da costruzione, non modello a sé stante, al contrario di ciò che avverrà per l’estetica (letteraria e artistica) successiva: in questi luoghi è aspra, cruda, spesso un caos ostile a cui sfuggire, non un desiderato luogo di ritorno. Con tali strumenti si costruiscono le kenningar. Più il paradosso è ardito, più è ritenuto arguto e pregevole, scrigno di significati e interpretazioni: il piacere conoscitivo si annida proprio in questo accostamento e nel suo successivo ripensamento, portatore di quel nuovo significato creatosi dallo schianto tra poli. È quasi bizzarro – quel genere di ironia che però Odino e i suoi apprezzano parecchio – che in mondo di tinte forti e contrasti non esista una soglia, un’età di passaggio come l’adolescenza. Il bambino viene catapultato nel mondo come un adulto, alimentato dallo stesso desiderio di gloria, dalle medesime istanze competitive, dall’innata curiosità di ogni ragazzino, ma è nell’implacabile mare del Nord che viene scaraventato. 

Non è un viaggio di sole guerre, anche se Birgisson fa notare come il perdurare di una tradizione epica sia legato al conflitto, al tradimento, alla tragedia. La storia del Vichingo Nero si dipana attraverso alleanze commerciali, ricerche a sfondo economico, una buona dose di scaltrezza e un coraggio che non assume caratteristiche solo belliche, ma che riconosce alla strategia e allo sfruttamento un ruolo di primo rilievo. Onore e famiglia sono certo pietre fondanti della cultura norrena, ma non si rimane mai su un piano moraleggiante che potrebbe facilmente (s)cadere nell’idealismo. Il paganesimo è, per sua natura, intrinsecamente avulso dalla logica del peccato e della punizione che sono propri del Cristianesimo: rimanendo fedele all’ideologia propria dell’uomo e del tempo a cui scrive, Birgisson si scosta quindi da questa china, privilegiando quel ciclo di azione e reazione che si scontra con un anonimo, imparziale destino escludendo il giudizio morale.

Tra le istituzioni che, istintivamente, ci suonano già note all’interno del complesso di divinità ci sono le Norne, letteralmente coloro che bisbigliano un segreto, figure assimilabili alle Moire/Parche della mitologia classica, impegnate a tessere il filo del destino.

L’attributo islandese di Geirmund è heljarskinndalla pelle nera. L’aggettivo fa riferimento a Hel, divinità della morte, figlia di Loki, nera di aspetto e legata a sinistri presagi di distruzione e sofferenza. Al di là della pura mitologia, Birgisson indaga con scrupolosa attenzione le possibilità circa l’origine dell’incarnato del Vichingo Nero, portatore di caratteristiche fenotipiche alquanto esotiche, ma non del tutto insolite, per l’area della Norvegia (Rogaland) da cui proviene. Come re, Geirmund è invece un sækonungr, un sovrano del mare (dove è semplicissimo rintracciare la radice di king/konig), ma la sua storia – travagliata, eccezionale, moderna e pur sempre umana – subisce una condanna all’oblio da parte dei posteriori. 

Consapevole che la via dello scetticismo non sempre paga in termini di ricerca intellettuale, Birgisson parte dall’assunto che ogni mito delle origini è tacciabile di parzialità, e ancor più risente del luogo in cui viene messo in prosa o in versi, come sicuramente è rintracciabile in alcune caratteristiche, ascritte al Vichingo Nero, che tradizionalmente simboleggiano un presagio illuminato di supremazia del Cristianesimo. Dimenticato dalla Storia, inghiottito dallo stesso territorio cui non apparteneva e su cui, forse, infine gli è sfuggita l’autorità, sopravvive grazie al prezioso ritratto del suo discendente, che nei capitoli finali unisce davvero la ricerca, la scienza, il rigore accademico a una dimensione più toccante e personale. Sembra di vederlo, uomo davanti a ciò che – forse – resta di un altro uomo, minuscolo davanti all’enormità della Storia, più forte dei ghiacci e dei mari del Nord e persino degli eroi che riescono momentaneamente ad averne ragione. Tutto sommato, a volte, dimenticare – proprio disimparare, dice Birgisson, è un vero e proprio sforzo necessario: serve scindere ciò che diamo per preconcetto e ripartire. Mettere in mare la barca, poi i remi. Tentare una rotta.

Aver pronto un taccuino.

A tutti coloro che raccontano storie ai propri figli – che siano vecchie o nuove, vere o mendaci. Non è mai detto cosa possa venirne fuori.”

Martina, @myworldinakallax

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/p/CI8JETPHlUJ/

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