L’ISOLA DI ARTURO

di Elsa Morante, Einaudi

“Fuori dal Limbo non v’è Eliso”

Come ne “L’Isola di Arturo” ogni elemento possa essere letto su più piani incanta dalle prime battute. Il ragazzo-stella unisce in un disegno potente, oscuro e limpido al tempo stesso ogni astro brillante di un frammento di storia personale e collettiva vissuto con la pienezza totalizzante di un’unica, infinita estate. La stagione della pienezza, specchio opposto di un’età ancora liminale, si consuma in un impossibile e perduto paradiso terrestre dai tratti selvaggi e lirici al contempo: Procida, isola taciturna ed ombrosa, sorella silente ed ostile di quelle ridenti Flegree che punteggiano il golfo di Napoli.

L’appartenenza isolana è caratteristica tanto ineffabile e sfuggente quanto implacabile ed intima – difficile da capire per chi l’Isola non la vive, questa compresenza di limiti e baluardi, di difese e di ostacoli, questa perenne alterità, questo distacco inevitabile ed orgoglioso. L’Isola non ha tempo, srotola i suoi toni caldi in una primordiale età dell’oro che sfugge alla codifica del vivere umano, luogo senza regole, senza possesso, senza obblighi o lavoro, vissuta in un rinsaldato vincolo umano e sovrumano. Isola di porte chiuse e di finestre strette a fare da castone a sguardi malcelati, vicoli ripidi che si arrampicano fino a fare di un maniero abbandonato una rocca in mezzo al mare. Un’architettura immaginifica degna di una sua epica ricorda il Paradiso Terrestre che fa da arenile al Purgatorio.

Lo stile della Morante affonda le basi in una profonda conoscenza della mitologia fondante il mondo mediterraneo, quella che rende l’ambiente isolano patria di eroi e fuggiaschi, vagabondi e dannati, mercanti ed eremiti, ma attinge anche da una condizione di Eden primordiale, quasi pagano.
Il luogo dove si sconta la propria pena è di per sé isolato, protetto e minacciato da una natura rigogliosa e irreplicabile; suo contraltare più prosaico, il carcere, che pure Arturo ammanta di un carattere romantico, lo spazio dove le porte sono chiuse per impedire l’uscita, non tanto l’accesso. Quelle aperture che sono difesa e scambio con il mondo rappresentano spazio di una decisione personale verso l’apertura o verso la chiusura: nella Casa dei Guaglioni, sin dalle prime pagine, non entriamo attraverso un maestoso portone principale, ma attraverso un battente più piccolo, che avvicina il palazzo alla misura del bambino.

Da subito la Casa chiude fuori il femminile da quel nido domestico che tradizionalmente ne costituisce l’abito preferito. L’esclusione assume i toni dell’aperta ostilità, costruendo la base per una esclusività del legame amicale maschile, una caratteristica che potrebbe richiamare la classicità se non ci trovassimo in un contesto apparentemente lontano. Eppure l’Isola rimescola le carte, rendendo possibile, nel suo microcosmo di fiaba, ciò che sulla terraferma ha esaurito il suo tempo, in un mondo dove i vicoli sono soppiantati dalle autostrade e le barche dai treni. Procida è il terreno delle amicizie eroiche e della comunione di intenti e intelletti, la spiaggia senza ombre dove la vita si svolge senza orari, senza vestiti, senza scarpe – apparentemente senza vincoli, o con vincoli più profondi e radicati, come quelli che serbano le pendici di una montagna in mezzo al mare? E da Procida stessa, quasi fosse la roccia a saldarsi con essi, sorgono il Penitenziario e la Casa dei Guaglioni, gli unici ambienti racchiusi da mura degni di nota. Il giardino incolto, decadente e selvaggio sembra fare da tramite tra la prepotente, pulsante vitalità dell’Isola-Chimera e quella che un tempo era una casa di frati. L’antica funzione è ancora visibile nella conformazione strutturata in celle (non a caso, lo stesso sostantivo designa gli spazi ristretti destinati ai carcerati, fratelli assimilati in una condizione di penitenza eteronormata in luogo di quella comunità che fa dell’isolamento una scelta di vita), a riprova del continuo parallelismo tra spazio interiore ed esteriore.

Le finestre, tramite con il mondo esterno, vengono spesso dimenticate aperte, confondendo i piani, annullando la separazione. Il fuori contamina il dentro, rendendo di fatto inutile la protezione offerta dalle mura. La Casa riceve ben poche visite umane ma, almeno in fase iniziale, sono gli uccelli a fare il nido laddove c’è solo un tetto ed un ricovero per una vita che si svolge altrove, un altrove fantastico e immenso, senza alcun bisogno di domesticità.

Altro luogo chiave che fa della chiusura all’esterno – un dentro che, in questo caso, non può contaminare il fuori, pena la legge degli uomini, non quella della Natura – il suo meccanismo infallibile, è il Penitenziario, filtrato attraverso la luce romantica degli occhi di Arturo. Il ragazzino vede nel detenuto l’uomo tanto eccezionale da non poter essere vincolato dalle ristrettezze del vivere in società, prode di una ribellione fantastica; il prigioniero attira la sua simpatia in un sogno di fraternità ed evasione, finché in esso non si manifesterà la scissione dal padre. La condanna, per gli uomini di casa Gerace, non è una vergogna ma un vanto, in quanto atto di affermazione di sé.

La figura di Wilhelm Gerace domina il romanzo, assumendo toni dal sacrale al melodrammatico. Uomo scisso, per sempre estraneo, porta nei suoi caratteri fenotipici la sua non-appartenenza all’Isola che non lo desidera e che lui, a sua volta, non desidera. Si rinchiude nella sua alterità, parla con sé stesso in un’eco narcisistica che ha i toni gutturali, sconosciuti, terribili e regali della lingua teutonica. L’uomo è orgoglioso della propria diversità, fa dell’esclusione un manto di superiorità che distende tra sé ed il mondo tenendosi stretto ad un retaggio che non condivide con quel figlio moro così diverso da lui (una colpa vagamente avvertita, ma pienamente scontata, da Arturo). Senza accorgersi però – o forse beandosi, quasi nutrendosi – dello sguardo adorante del ragazzino che coglie in quella parlata forzata e aliena la grazia delle Sibille, la poesia di un destino crudele. Il genitore si strappa costantemente al focolare in un ciclico ed ineluttabile avvicendarsi di ritorno e partenza che ricorda il moto ondoso; pone una volontaria distanza fisica, temporale, linguistica con il bambino, brilla raggiante di uno splendore indifferente. Più volte si afferma di lui che è come il mare, scostante territorio di sfida, pericolo e meraviglia, splendido riflesso dell’acqua in grotte inaccessibili. Del respiro rassicurante e continuo del mare, però, Wilhelm ha solo la costanza della sottrazione di sé. Figura fiabesca ed irraggiungibile, crasi di ogni eroe e diabolico antieroe, comprimario di ogni romantico ergastolano, rappresenta per Arturo una leggenda in assenza, un eroe in presenza.

Eppure ci appare sin dal principio come una creatura di un bagliore meraviglioso, sì, ma totalmente artificiale. Come se a battere per lui non fosse un cuore di carne e di sangue ma un meccanismo perfetto in un bell’orologio, lo scandire di un tempo che impone ad Arturo attraverso il distacco e la separazione, laddove per lui il ritorno del padre è una lunga, infinita giornata di sole.
Abituato ad essere adorato, Wilhelm abbandona per non essere abbandonato: forse che quel mancato addio dal suo primo e più vero amico sia stato troppo lacerante, che sia stata una ferita al suo orgoglio o al suo cuore? È Amalfi che rende la Casa dei Guaglioni il tempio esclusivo dell’amicizia maschile, ombra che graverà per sempre sul palazzo ed i suoi abitanti. Imporre l’assenza è scelta di potere, risulta più gestibile che contrattare la presenza, con le sue implicazioni legate alla condivisione. Wilhelm chiude Procida ad altri amici, quasi che fosse una tomba o un mausoleo a quell’affetto prezioso che ha trattato in maniera tanto capricciosa.

“Quelli come te, che hanno sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza, e mentre sono là vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio (…). Un sangue misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da sé stesso.”

Il sacro per Arturo è un dogma che lui stesso compone e declina: non c’è un Dio, sebbene per la madre sia disposto ad ammettere un Paradiso. Quella creatura di sogno rappresenta il limite davanti a cui la ragione si ritrae, forza prima come fosse una marea. La sua spoglia mortale è ciò che tiene il bambino avvinto all’isola, ma non può credere che lei non sia oltre, forse al di là di quel mare che associa a Wilhelm. La spiritualità ortodossa entra nella Casa solo con Nunziata e le sue Madonne, immagini note e sollievo, un nome di cui salvaguardare l’inaccessibile solitudine, unico punto fermo che si contrappone alla caotica molteplicità terrestre e isolana. Così come sarà sempre lei ad aprire la Casa ad altre donne, spezzando la maledizione e confondendo i piani del dentro e del fuori in maniera impensabile, forse imperdonabile.


Le certezze dell’infanzia di Arturo sono salde come la materia perenne che tiene l’Isola ancorata in mezzo a un mare volubile quanto Wilhelm stesso: tra esse l’amore viscerale per la prodezza e la fedeltà incrollabile all’etica eroica, rifuggendo però quel momento topico che per il mondo epico è fondamentale, la morte. Laddove nel contesto omerico la ricerca di una bella morte è tutto – almeno per quella comunità di αριστοι che si fregiano di congiungere bellezza e qualità morali, casta di cui Wilhelm si assurge a rappresentante – Arturo la odia, ne detesta la memoria mai vissuta attraverso lo strappo che lo separa per sempre dalla madre, unica tra le donne degna di essere amata. Della morte non si parla, la si sfida in un superamento di sé che non si confronta con l’esito estremo della propria assenza, in un botta e risposta come provocatore e rivale nella stessa persona che ricorda quasi lo schiaffo del vento.
“Una amarezza precoce della morte (…) mi ombrava e mi tentava al riscatto, non fu altro che l’ansia di piacere a me stesso, fino alla perdizione”: un disperato bisogno di essere visto che si traduce in gesti estremi, in un inconscio narcisismo che replica quel parossistico meccanismo paterno di infinito amore di sé.

Non a caso, Narciso contiene la radice ναρκη, quel sonno che rappresenta un momento chiave: porta di un onirico altrove ricercato in sé e proiettato sugli altri, ma anche fratello e doppio della morte, non a caso suo surrogato e strumento di affermazione negativa.
L’etimologia dei nomi dei protagonisti appare significativa manifestazione di un linguaggio colto ma mai altisonante, immaginifico ed evocativo eppure estremamente concreto – scotta come il sole estivo, ripara come un’ombra pomeridiana. Tintinnare di stoviglie, sciabordare di onde, risuonare di voci e richiami.
Wilhelm, il nome germanico che ammanta la figura paterna come un eroe vestito di un elmo di volontà, protezione cocciuta e prepotente dei suoi capelli biondi. Uomo che si piega solo alla propria legge, conquistatore come il suo omonimo arcaico sovrano britannico, si cinge il capo e prepara una guerra che, forse, è tutta intestina. Wilhelm manifesta la sua volontà affermativa e negativa, non vuole essere amato. La sua sposa per dovere è mossa dalla altrui decisione ed è scelta proprio in virtù della sua resistenza, della sua assenza di sentimento. Che sia una riottosità dovuta all’oscuro, innato timore dell’abbandono o una violenza nei confronti di ogni forma di tenerezza, bolla l’amore materno come prodotto di obbligo e colpa, un giogo limitante che non ammette tradimento e non lascia scampo. Non c’è nulla che lo terrorizzi quanto una capacità di amare che porta all’asservimento e al sacrificio, una gabbia a fare da contraltare a quell’amore libero cui inneggia ma di cui è parimenti incapace.

Quale eroe isolano, possiamo pensare a Wilhelm quasi ad un Odisseo dalla chioma dorata, ma con alcune volontarie distorsioni. Se Procida può essere proiezione di Itaca, con la sua natura aspra e montana, Immacolatella non è che l’Argo femminile della Morante, e la moglie in attesa paziente non manca di far sentire tra le pagine la sua voce sommessa. Le distorsioni, però rendono stridente il contrasto tra la reggia del Laertiade, fondata su un talamo inamovibile, e quel palazzo in rovina, regno dei Gerace, dove la condivisione del letto è negata. Se l’orologio è il pegno materiale che solo l’eroe può portare, al pari dell’arco da tendere, ciò fa di Arturo il Telemaco di questa storia, il ragazzo che diventa uomo nell’ombra di un padre assente in cui eroismo e mancanza sono altrettanto fondanti, un mito in cui penetrano dubbio e inganno fino al compimento di quel destino in una terra aliena, lontana dal mare, che renderà sconosciuta la fine di entrambi.
Quale elemento di rivoluzione intestina, biblicamente, ecco l’arrivo di una donna nell’Eden, figura con un orizzonte diverso e figlia della terraferma, del tutto non avvezza alla solitudine che contraddistingue la condizione isolana. La nuova famiglia che si forma, senza che per Arturo implichi una scelta, è una ossimorica comunità di esclusi: la donna, il mezzosangue, il bambino selvatico e fantastico che è lui stesso, arroccata in un castello al tempo stesso favoloso e illusorio. La presenza della matrigna, che tenta di accaparrarsi il preziosissimo nome di madre, è un’invasione in piena regola che Wilhelm il Conquistatore compie sia nei confronti del figlio, la cui pace esclusiva è improvvisamente usurpata, sia di quella moglie-trofeo per cui non prova nessun affetto, se non un istinto di possesso e dominazione che è manifestazione della stessa insicurezza con cui (si illudeva) teneva in pugno Amalfi.

Eppure l’anelito del ragazzo-stella verso un femminile appare innato, anche se rivolto verso surrogati che sanno di una libertà prima e autentica: la barca che si affida e sfida le onde del mare, la cagna Immacolata che declina l’amore materno in una spontanea manifestazione ancora raggiungibile. Perché il ricordo di lei è una di quelle nostalgie impossibili che solo nel ricordo abitano contorni di pulviscolo dorato e di eterne estati, è qualcosa che non esiste e non osa pensare se non nel confine di sogno in cui la madre lo chiama per nome, margine di un mondo in cui, di contro, suo padre non parla nemmeno la sua lingua.
Dare un nome è un passaggio cruciale, quasi poetico, nel suo senso etimologico di creativo ed artigianale: riconoscere l’esistenza di qualcuno, tributargli la dignità di un contorno reale e magari anche di un ruolo. Questo Nunziata è così difficile da pronunciare sin dall’inizio, poiché stabilire un legame o una familiarità risulta troppo. Costringersi a pensare sé stessi in relazione al nuovo oggetto è problematico, ed Arturo deve inventare una propria denominazione per questo animale mezzo selvatico e mezzo domestico che non ha, invece, alcuna remora a trovare un proprio modo per chiamarlo. Nunziata, come poi Assunta (creatura già passata attraverso la morte, sarà lei a sancire un importante passaggio all’età adulta per Arturo, pallida e momentanea surroga della ricercata fusione di eros e thanatos. Anche Assuntina, che con Nunz. condivide una sintesi di delicatezza di sogno e corporea sensualità, è impossibilitata ad andarsene: è il suo corpo stesso ad impedirglielo) sono nomi in forma passiva, entità definite solo attraverso da altri, come subissero l’azione. Incoronata “signora Gerace” da Wilhelm, viene ammessa nel suo regno, laddove il femminile positivo e poco problematico dell’unica vera figura materna (e sacrificale) di Immacolatella trovava una sua dignità contraria nella semplicità. I nomi del nascituro sono forgiati su altri, mentre la gravidanza è anche il tempo dei nomignoli cattivi attribuiti da Wilhelm alla donna.

Questa creatura in parte domestica e in parte selvatica, fatta di colori accesi e scuri, di nuovo e di piccolo, è un affetto quasi forastico, un modo che il mondo esterno ha per penetrare le mura della Casa quando Wilhelm pretende di imporre il suo ordine in qualità di Signore della Foresta. Il fuori, la natura, la terraferma, il femminile sono al tempo stesso risposta e origine di un bisogno nuovo, le pretese impossibili del mio cuore. E le gelosie opposte e intrecciate, le passioni multiformi – che siano paragonabili alla biblica conoscenza del bene e del male? Arturo condivide con Nunziata l’abitare un’età di passaggio, una soglia di indefinito che non identifica unicamente una lotta, un nemico, un oggetto del desiderio. I sentimenti sono complessi, confusi, ambivalenti: l’angoscia si fonde con la tenerezza, l’insoddisfazione con l’ingenuo slancio di avventura.
Sembra di vederlo, il succoso frutto proibito, appena un poco più alto, morbido e concreto. La fanciullezza, in Nunziata, non è sofferta propaggine di qualcosa di cui vorrebbe liberarsi come Arturo, ma la tenerezza di un ricciolo scuro su pelle troppo delicata. Con lei, il passare del tempo ha un carattere fiabesco che, per la prima volta, abbina l’ascoltare all’essere ascoltati. L’attesa assume un tono nuovo, diventa per la prima volta piena. Le vagheggiate imprese eroiche che muovono un vortice di partenze e ritorno diventano fantastico materiale narrativo per quella fanciulla cresciuta che fatica a credere alle meraviglie di un orizzonte più lontano di Napoli. Creatura della penombra e non del sole, al riparo della casa si spoglia del suo unico monile per entrare umilmente, da preda, in un luogo dove si trova a dover elencare i nomi di ogni cosa alla ricerca di un contatto impossibile: non c’è nemmeno un talamo anzi, ciò che più gli somiglia subisce un vero e proprio smembramento.

Attraverso Nunziatella, la sofferta fanciullezza di Arturo viene ri-filtrata e ri-definita, assume tinte meno amare se si specchia nella acerba sensualità della sposa-bambina, per certi versi più immatura e infantile del figliastro, per altri portatrice del misterioso paesaggio femminile, estraneo e conturbante pur senza volerlo. Per la prima volta Arturo è chiamato a esprimersi da pari, ma al tempo stesso il padre lo spinge verso uno sdegno del bello che la sua natura istintiva non riesce a non smentire con lo sguardo. In preda alla propria smania di supremazia, Wilhelm spinge i due a misurarsi tra di loro senza rendersi conto che essi dialogano in una lingua di cui non sa cogliere il lessico né, tantomeno, le sfumature. Per Wilhelm tutto è dominio, anche la dimensione del sesso che intende come una imposizione punitiva, una affermazione di possesso che sporcherà irrimediabilmente Nunziata agli occhi inconsapevoli di Arturo. Da quel momento, infatti, non riuscirà a chiamarla per nome. La nuova solitudine auto-imposta sa di strappo e astiosa sofferenza, è la privazione odiata e necessaria di quel morbido, sussurrato avvilupparsi di nastri e boccoli, di cose segrete che si raccolgono e si annodano, un margine solo vagheggiato e improvvisamente tradito in una doppia violazione.

Anche quando l’estate e la nostalgia gli restituiscono suo padre, la presenza di N. è fortissima anche in assenza, basta una implacabile lettera a riportarla in scena. E Arturo non smette di farlo, guastando quella condizione selvaggia e assoluta che l’arrivo della donna ha rovinato con il suo carico di amara consapevolezza, un peccato laico a spezzare una beatitudine altrettanto pagana.

Estate e nostalgia sono legate con corde sbiadite dal sole ed intrise di salsedine. Il ritorno è moto ciclico di strappo e ricostruzione artigiana di un luogo cui Wilhelm, come Arturo, è legato da morti e da vivi, pietra e carne, inevitabile come l’infrangersi e ritrarsi delle onde. È un incanto disperato a trattenere Arturo a Procida, giorni plasmati dall’insoddisfazione, quasi l’attesa gli stesse stretta come gli abiti da bambino: cerca una sfida, fedele al suo amore per la prodezza, desidera un limite, affamato di infinito, condannato a crogiolarsi nella sua annebbiata solitudine che rende la lacerazione dai sogni di gloria dell’infanzia sempre più dolorosa. Interrogarsi sulla partenza da quella soglia di infinita estate sembra condizione necessaria al cambiamento, come se la crescita passasse – un rito di iniziazione come quello affrontato da Telemaco – attraverso l’addio, la rinuncia, il sacrificio. È più forte l’anelito verso paesaggi fantastici ed esotici, o il timore di trovare, lontano dall’Isola, solo una indifferenza agghiacciante?

In questo agitarsi di angosce, imprevedibilmente, Arturo ritrova il nome di Nunziatella quando assiste al mistero estremo del travaglio, che unisce vita e morte in quel sacrificio rispecchiato nella vox media Fortuna, alla radice del nome della mammàna Fortunata. Nel momento di sacralità assoluta, il fato mostra il suo potere implacabile, imperscrutabile: un destino doppio unisce vita e morte, ritorno e partenza. Ed è la sorte a rimescolare il tumultuoso agitarsi delle forze che popolano il romanzo, a rivoluzionare rapporti di potere che sembravano già scritti. Beffarda come sempre, la Fortuna rende Arturo oggetto di tradimento da parte della donna che ama e che, un tempo, ha fuggito e deriso.

La nascita di Carmine Arturo rappresenta il sogno che Nunziata ha cercato nelle mappe del figliastro. Fa proprio uno scopo, il mondo non la atterrisce e non la fa sentire sola: la maternità è il suo modo di trovare una dimensione lì dov’è, senza il bisogno di fuga di Arturo. La sua rinascita pare coincidere con il martirio di Wilhelm, perseguitato dalla sua bellezza, che si agita mortificandosi come un esule ed un prigioniero in un tormento empatico attraverso una chiusura forzata. Al tempo stesso corre parallela a un rinsaldato legame sotterraneo con Arturo, quasi fosse lei, ora, la causa ultima del suo trattenersi a Procida. È una storia di abbandono, di tradimento, che ci spinge a interrogarci sull’eterno ritorno delle antiche paure, del ricadere sui figli delle colpe dei padri in un moto a precipizio nell’anima. Proprio Arturo, che alla morte ha sempre negato dignità, approcciandosi ad essa con una feroce vitalità, la contempla come strumento, sceglie quella misteriosa, doppia sorella del sonno come estrema affermazione di sé. Questo passaggio di un confine ultimo dalla fanciullezza all’età adulta avviene fuori, uno slancio di sfida ai limiti paterni oltre fatali colonne d’Ercole che supera la dimensione infantile della scorribanda. In un bilanciarsi di negazione ed affermazione, la morte manifesta il suo carattere di nullità ed assenza anche nella mancanza di sogni, condizione irreale e per questo rifuggita. Arturo, sostenitore di una vita di assoluti che coniugano in un ossimorico equilibrio tensioni sovrumane verso un anelito di libertà, indossa l’elmo della volontà, ne fa un’arma e imbraccia la morte come un uomo, ma alla ricerca di una tenerezza impossibile. Amore e morte lo avvincono nuovamente in un turbinare di divieto e desiderio che sfocia in un personale peccato primordiale, la dolce, terribile raccolta di quel frutto proibito che gli dà un’amara consapevolezza, restituendogli al contempo un nome evanescente, lettere di sabbia e non di pietra. Effimera bellezza che sfuma nell’onda, nell’incessante moto di ritorno e risacca, un cullare senza dolcezza che non sia quella delle cose appena accarezzate e perdute subito dopo. In questa tempesta che monta è Nunziata la stella polare, l’astro che Arturo ricerca da che ha memoria, nomi uniti solo in una dimensione fantastica. È il sentimento di un tempo che sta per scadere, come una pena scontata in questo funebre olimpo, luogo unico al mondo dove forze oscure e potenti trasmettono una calma incantata ed una orrenda malinconia – le scelte semantiche della Morante sfiorano un lirismo crudo ed evocativo che avvince il lettore in una spira di ambivalenza solo apparentemente contraddittoria, nella maniera in cui l’essere umano è, quando libero e vero, incoerente, incostante, puro.

La scrittrice non lesina di dedicarsi agli aspetti più prosaici del vivere, da quei soldi elargiti come compensazione per altre mancanze, distorsione di quella porta verso l’età adulta e la vita sociale che Arturo desiderava varcare in ben altro modo, al cibo amorevolmente – colpevolmente – preparato da Nunziata per il ragazzo e sottratto a favore dell’oggetto del desiderio di Wilhelm.
Desiderio. De-siderum. Quale sia la natura di questa pulsione dell’animo del padre la Morante non lo definisce, e preferisco lasciarlo nel margine di ignoto che rende ciascuno libero di leggerlo come suggestionato. Quel che appare incantevole è l’etimologia, che implica una discesa dalla volta celeste, da quegli oggetti luminescenti cui Arturo ha sempre sentito di appartenere, rassicurato dalla prospettiva di appartenere a un disegno lontano ed eccezionale. Se per lui il desiderio si materializza in Nunziata, per Wilhelm ha la rumorosa, ingombrante, fastidiosa apparenza di Tonino Stella – e se non è cura per la scelta etimologica questa…

Compiuto il peccato, appare come guastata ogni sfumatura di ritorno. È in questa fase, un’unica stagione disperata e matura, in cui non si è ancora liberato dell’innocenza ma è avvelenato dal segreto, che Arturo inizia a vagheggiare un addio all’Isola – promessa di paradiso che lui stesso non osa formulare o caduta dall’Eden nel mondo di sofferenze umane? Lasciare Procida rappresenta un nodo gordiano, uno strappo impensabile e sacrilego dal momento che l’Isola è sacrario e cimitero, luogo di espiazione e di salita. Lasciare l’Eden significa vagare per un mondo di sofferenze, ma anche separarsi da una condizione di solitudine che, ad un certo punto della vita di Arturo, diventa beatitudine e tormento. Lasciare il Purgatorio significa, però, essere liberati.
Se l’eco della voce di Wilhelm rivolto a sé stesso ha tracciato i primi contorni di una Procida di sogno e splendore dorato, a cantare la sua fine sono un richiamo e un lamento impossibili, legati alle pendici della montagna, alle radici stesse di quella terra assoluta, inno funebre da un precipizio marino, quasi il moto ondoso incessante e parossistico che ha portato Wilhelm a strapparsi da lì ne facesse una vittima di sé stesso scagliandolo in un mulinello. Per quell’anno, Wilhelm non parte, non perpetua il suo corso, come non fosse più in grado di attraversare il mare che ha posto come ostacolo tra sé e Arturo e che ora lo separa dal proprio oggetto di desiderio. Solito parlare tra sé in tedesco, sprezzando sdegnoso il dialogo con il figlio e la costituzione di un linguaggio comune fino al tradimento estremo, un sottile, crudele contrappasso lo condanna a un monologo umiliante senza speranza di risposta, quasi fosse la sua pena. Il peccato? La violazione della sacralità del segreto, che avviene attraverso la divulgazione di uno di quegli assoluti del ragazzo-stella che gli occhi del padre non hanno mai saputo leggere.

E chissà quante altre cose ancora, quanti tradimenti, quante ferite inferte a spalle esili voltate in fiducia. La costante del mondo di Arturo è un’illusione di esclusività costantemente rimandata a un domani che, quando arriva, lo delude estromettendolo dal suo sogno di amore e prodezza. Questo padre spergiuro e traditore di ogni cosa in cui abbia mai creduto non è che un pallido simulacro dell’eroe che Arturo ha creduto – forse più di ogni altro è questo il momento della tragica soglia. L’età adulta porta l’amara conoscenza del bene, del male e, soprattutto, di ciò che ci sta in mezzo, assumendo più le sfumature di una iniziazione funebre da quella promozione virile che vorrebbe essere. Arturo non ha più fame, così come in una prima fase, perfetto contraltare, non riusciva a saziarla. Il suo nutrimento, fisico e spirituale, gli è stato sottratto. Ascolta la parlata vuota, fintamente ricercata del criminale spazzare via ogni illusione in maniera irrisoria, dissacrante, violenta che rende la consapevolezza figlia di scontro, umiliazione, incomprensione. Il grande viaggiatore non è che una mongolfiera frenata, un Ulisse soffocato dalle sue stesse menzogne, condannato a un ritorno mediocre alla propria pena, a scontare la condizione di recluso nel suo glorioso palazzo di nulla.
L’ultimo atto della tempesta è un fuoco di rimpianti e di esigenze di rivolta, estremo strappo che ha luogo in una solitudine disperata. Un giorno di festa in cui seppellirsi nelle viscere della Terra, una porta che sembra chiusa ma è solo accostata ed eccolo, più vicino all’Isola che mai, dentro la sua cella – non monacale, non di prigionia, parte fondante di ciò che lo ha fondato, condizione che rende il distacco ancor più sofferto. Lo spavento della verità che si mostra senza che il sollevamento del velo porti con sé le sensuali promesse di volute ben più dolci, di riccioli perduti – rimane un ultimo canto di barbarie e dolcezza.

Si cessa di sentire quando si smette di attendere: il vuoto si dilata, scevro di significato, non colma le distanze tra i nodi di pienezza di vissuto. Il tradimento di Wilhelm lo priva di ogni punto di riferimento, spaziale e temporale, lo avviluppa nelle spire di un narcisismo quasi nevrotico, ma è un nuovo ritorno a salvarlo.
Chissà se è un cerchio che si chiude, perché entità selvagge e incontenibili come il mare se ne fanno poco delle forme umane. Di Silvestro si parla sin dalle prime pagine, figura surrogata di quella materna in un mondo totalmente maschile, foriero di quel nutrimento che Wilhelm gli ha negato e sottratto in ogni senso possibile. È lui a sanare il dissidio, a liberare il gesto del bacio dal suo carico di sottintesi e sgravarlo dalla colpa, è lui a portarlo nuovamente a mangiare e affacciarsi alla porta del suo antro. Il suo nome, ancora una volta, fa riferimento al mondo agreste, a quel bosco (silva) che è luogo autentico al punto di essere quasi rozzo, che non si traveste da Palazzo ma rimane luogo della prova e del passaggio. Restituisce ad Arturo il suo ruolo di Telemaco, e al contempo gli ricorda, in una carezza, che non è che un adolescente come tanti sulla soglia. Lo sprona e lo culla, concedendogli un’agognata vicinanza mai realizzata con il padre attraverso una delle forme di condivisione più intime che la Morante ci tratteggia, quella del sonno, porta di un sogno da rincorrere come una vena sotto pelle, da indovinare senza dirlo, lasciato in un margine di fantastico, di incerto, di possibile. È questa amicizia eroica che ricorda la grandiosità dei sentimenti degli antichi a traghettarlo letteralmente dal suo purgatorio e dalla condizione infantile. La notte del sonno condiviso lascia il posto, nelle parole altrettanto poetiche della prefazione di Garboli, ad un fulgido istante, un mattino di splendente sfida in cui è Arturo a indossare un elmo di volontà, perché gli viene restituito anche il suo anelito eroico, attraverso una proiezione verso il mondo che va in senso contrario all’isolamento adolescenziale. Il desiderio di sacrificio, di compiere imprese eroiche, di essere visto e ricordato mentre sfida la nemica di sempre, la morte, fosse anche solo per un desiderio di esser vivo – tutto ciò trova sfogo nel momento in cui storia personale e storia individuale si incontrano e si saldano. La guerra, non per una causa ma per puro amore di eroismo, sancisce l’addio alla fanciullezza e la vestizione dei panni dell’uomo adulto.

L’isola è un’ombra che, da buona comprimaria, chiude il romanzo. L’Isola di Arturo. L’Isola e Arturo. Chi parte e chi resta. Chi si libera e chi rimane – per un Arturo che se ne va, uno biondo che continuerà ad abitare le stanze del Palazzo. Un respiro in assenza, una questione eterna che accomuna le Isole di tutti noi – quei luoghi che abitiamo o da cui siamo abitati, ciò che lasciamo e ciò che non ci lascia mai. Chissà se anch’essi ricordano la nostra presenza così come noi portiamo scritta addosso – incisa dentro – la loro.

Chissà se e dove lo trova, Arturo, il suo destino. Chissà se l’uomo prenderà per mano il bambino, se avrà una mano scanzonata a scompigliare quei riccioli mori che lo hanno sempre separato tanto dal suo sogno dorato. Varcata la soglia dell’alba, percorso il lucente mattino, ci saranno un pomeriggio e una sera. Una notte di stelle e sogni da indovinare. Un tracciato di desideri e tutto ciò che di perduto, infinito e incompiuto lasciano le pagine della Morante, come fosse il racconto di tutte le nostalgie del mondo.

[Martina, @myworldinakallax]

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