ZIA MAME

di Patrick Dennis (traduzione di Matteo Codignola), Adelphi

Un ragazzino di undici anni si trova improvvisamente orfano negli anni ‘20.
Nel testamento, il padre indica come tutrice la sua unica parente, la “temibile” Zia Mame – definita da lui addirittura come «la peggior delle disgrazie possibili». A tenere d’occhio la missione educativa della donna ci sarà un ometto scialbo e rompiscatole, l’esecutore testamentario che gestirà il patrimonio del defunto fino alla maggior età del figlio.

Definito tutto, Patrick arriva a New York, bussa alla porta della sua nuova vita e si trova davanti una persona vestita alla giapponese. All’inizio prevale lo sconcerto, ma a breve la frizzante vitalità della zia conquista il bambino.

Mame è una miriade di identità: una donna dalla personalità sopra le righe, dal cuore buono, stravagante e per nulla omologata; ha il coraggio di essere se stessa anche quando gli altri ne sono incapaci e non teme di rivoluzionare la propria esistenza, cosa che accade almeno una volta alla settimana.
Oggi la definiremmo queer, molto probabilmente. Anche se a me sembra altrettanto adatto l’aggettivo “fluido”. Una vita fluida, senza dubbio.

Mi sono chiesta se la protagonista non abbia accolto in sé alcuni tratti del carattere multiforme dello stesso autore, che era uso giocare con pseudonimi e declinarsi in tanti modi diversi.
Zia Mame è una donna anticonformista, istruita e progressista. Parla francese e vuole mandare il nipote in una scuola innovativa in cui sono tutti nudi e le regole non esistono.

Tra un party e un tentativo di carriera, tra uno strafalcione e una pelliccia di ermellino indossata ad agosto, tra una cavalcata su uno stallone imbizzarrito e la stesura di un’autobiografia, il divertimento è assicurato.

Un’ironia brillante, per nulla banale, che offre uno scorcio su un personaggio carismatico che sembra uscito da uno dei migliori film di Billy Wilder.

[Serena, @culturalpills]

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