ANDANZA. Fine di un diario

di Sarah Manguso (traduzione di Gioia Guerzoni), NNE

Scrivere tutto per non dimenticare la vita, per trovarle un senso, per non perdere se stessi nel flusso di un’esistenza che si srotola verso un orizzonte lontano, non ancora tratteggiato. Piani temporali che danzano attorno al lettore: passato e futuro, eterni istanti inafferrabili, si sciolgono e si riaggregano in un presente fugace, che non dà mai l’impressione di essere fermo. Una memoria che comincia nell’attimo esatto in cui l’azione si compie e gli occhi vedono il gesto, già pronto a scivolare via…

Ricordare per vivere o vivere per ricordare? Me lo sono domandato leggendo queste poche, preziose pagine.
Quando si supera la linea di demarcazione per cui tradurre la propria esistenza diventa quasi un tradire la vita (giacché il tempo evapora nella redazione di un resoconto minuzioso)? Dove si è spettatori e dove protagonisti?

Nasce così questo memoir di cui l’autrice ci fa dono raccontando il rapporto che ha instaurato negli anni con il suo diario, oggetto rituale, depositario di un quarto di secolo di vita che arriva ad essere quasi una trappola per un continuo zampillare di sensazioni che si rinnovano e trasformano con la crescita personale e le tappe che la donna attraversa.
Dallo scrivere per continuare ad esistere allo scrivere per concedersi di dimenticare e poter partecipare alla vita in modo continuo, cedendo all’oblio purificatore per immergersi in quella corrente che del tempo non si cura.

La memoria è sempre viziata dal ricordo che la rievoca di volta in volta, dall’esperienza vissuta in quel dato momento. Solo ciò che si è fermato e subito dimenticato rimane puro, per così dire. E allora il senso dov’è?
La vita è un’andanza, una realtà che fluisce in un moto incessante, un vortice, non una semplice corolla di istanti simmetricamente organizzati.

Scaturisce in quest’opera una profonda riflessione su ciò che è necessario fare per trovare il proprio posto nel mondo, dapprima guidata da ossessioni e timore di smarrirsi, per poi arrivare ad un processo istintivo di decluttering – potatura e selezione di cosa salvare di quel tempo capiente in cui ci si muove.

«La cosa migliore del passare del tempo è il privilegio di vederlo esaurirsi, di guardare l’onda della mortalità infrangersi su di me e su tutte le persone che conosco. Meno tempo, meno potenziale. Il privilegio di mettere la spunta alle cose. Di finire. Di sapere che sono finita, e che il tempo continuerà senza di me.
Eccomi, a danzare la mia breve danza, per qualche istante, sullo sfondo dell’eternità».

[Serena, @culturalpills]

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/p/CGhdWX8HMdu/

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