LE AVVENTURE DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE – ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO

di Lewis Carroll (traduzione di Milli Carli), Garzanti

Le avventure di Alice nascono in maniera fortuita. Come una qualsiasi narrazione per un bambino curioso e annoiato in un giorno di primavera. Forse Carroll, appassionato di fotografia, conserva una sorta di immagine eterna di quella gita in barca, di quello specchio d’acqua riflettente sotto il quale un mondo sommerso guizza inafferrabile e frenetico, forse anche incomprensibile ad occhi troppo distanti.

La caduta nel mondo irreale in cui seguiamo Alice è un moto all’indietro, lento e gentile. Come se fossimo presi per mano in cambio di una sola promessa: credere che tutto sia possibile, dare alla dimensione del dubbio contorni nuovi – sfocarli proprio, i contorni, al punto di annullarli. Non smettere di stupirsi, conservare l’incredulità senza che si trasformi in una rigida categorizzazione. Carroll crea una sorta di alchimia rara, una continua perdita di equilibrio che attraversa la narrazione: la disillusione non preclude la meraviglia. Wonder, al pari del suo corrispettivo italiano, porta con sé continuamente la doppia accezione di qualcosa che spinge a interrogarsi e al contempo non spaventa ma riempie di stupore.

Gli strumenti linguistici utilizzati sono molteplici: l’autore plasma il linguaggio, si muove in maniera personale con significati e significanti; pone problemi di logica che si palesano in particolare nella metafora scacchistica; percorre spesso quella strada laterale, parallela e a volte contorta che è la par-odia (in un profondo quanto ironico rispetto della sua etimologia originaria). Canta assonanze e ricrea versi bonariamente sarcastici, omaggia i colleghi della letteratura “alta” e crea tanto quanto distrugge; si serve del medium stesso della pagina giocando con la grafica e utilizzando le illustrazioni, quando addirittura non la “sfonda” proponendosi egli stesso nella narrazione come quel Cavaliere bianco che avanza con difficoltà, portatore di dolcezza e tramite verso l’ultima avventura di Alice, destinato a rimanere indietro con la melanconica nostalgia dell’infanzia perduta che accompagnerà Carroll stesso. La dialettica tra il significare e il nominare, tra oggetto e soggetto, fino allo smembramento ultimo – chi dà il nome al nome? – di parola e immagine, perché, dopotutto, il nome è come la nostra figura allo specchio, qualcosa che parla agli altri, più che a noi stessi. Uno strumento di potere, una baule di molteplicità.

Che le avventure di Alice nascano per una bambina, forse il simbolo di quella innocenza infantile che non è priva di una certa dose di consapevolezza, sagacia, arguzia è fatto noto. Una Alice che diventa grande, tutte le Alice che, nella fantasia dell’autore, non crescono mai. E allora la storia si fa universale, peculiare e modernissima nella sua destrutturazione formale che spalanca le porte a una miriade di interpretazioni, di ponti di riflessione interdisciplinare del tutto accessibili tanto all’adulto quanto al bambino.

Perché Alice è sì innocente, al momento iniziale anche ignara delle regole che muovono quel mondo sotterraneo animato da luci improvvise. La bambina, tuttavia, è tutt’altro che sprovveduta e fa appello sin da subito alle sue conoscenze, a quelle competenze scolastiche diligentemente apprese, ma che già le appaiono aride, limitate, noiose, intrecciandole con una certa furbizia di fondo, con una capacità di adattamento tutta infantile che proprio nell’ammissione di tutte le possibilità trova radice. Laddove l’adulto perderebbe tempo coniugando le ragioni dell’irrealtà, la mente libera di Alice vaga e applica soluzioni note all’ignoto. Non è forse il tentativo la base del metodo scientifico?

Experior diventa il primo gradino tanto nella scala verso l’età adulta, la crescita, quella che in italiano è l’esperienza – naturale contraltare dell’innocenza – quanto lo strumento per eccellenza del matematico, del naturalista, del biologo. Un procedere a tentoni in una realtà caotica, un tentativo di portare ordine e razionalità che conduce, spesso, a soluzioni totalmente impreviste, a una finestra spalancata sul nulla. Un mondo di possibilità cui, forse, solo la curiosità e l’accettazione di un certo grado di rischio possono portare.

La formazione matematica di Carroll sottende a tutto il testo, fa da cardine ai giochi logici e linguistici, agli enigmi scacchistici, agli indovinelli e anche alla sua concezione temporale. Solo conoscere le regole può portare a quella consapevole sovversione delle stesse che rende Alice vittoriosa, una regina ribelle che detiene un potere con cui dialoga attraverso i due mondi.

La metafora scacchistica, particolarmente esplicita nel mondo dello Specchio, si ravvisa in un certo modo anche nella prima parte, in cui ognuno dei personaggi incontrati muove a suo modo, plasmando spesso le dimensioni stesse del contesto. Alice è continuamente troppo grande o troppo piccola, troppo bambina o troppo adulta: abita uno spazio inadatto, incapace di rapportarsi con la misura di sé. L’immagine che lei ha di sé, specchio della realtà che attraversa, è in continuo mutamento, e questo costituisce un ostacolo alle tradizionali forme di conoscenza. Come se servisse una mente particolarmente elastica, libera da categorizzazioni, facilmente deformabile. Un animo capace di accettare anche una distorsione totale di certezze date per assodate, come la rigida linearità del tempo: nel Paese delle Meraviglie è fluido, capriccioso, infantile; attraverso lo Specchio acquisisce due versi, infinite sfaccettature, si annoda con una memoria retroattiva e premonitrice.

Uno degli incontri attraverso cui Alice acquisisce maggior consapevolezza di sé – ammetto, il mio preferito – è quello con l’enigmatico, sornione Gatto del Cheshire. Simbolo di un distacco emotivo proprio dell’infanzia in una maniera tutta peculiare – quella capacità di astrarsi dal mondo esteriore per ritirarsi in sé che è la chiave della capacità immaginativa – dà ad Alice alcuni utili strumenti che le infondono una intelligenza inquieta, mai statica, in continua evoluzione, concedendole la possibilità di battersi alla pari delle figure più potenti.

Il potere e chi lo detiene (specie la Regina, la figura degli scacchi che gode della maggiore libertà e si fa, pertanto, fulcro del gioco) sono la controparte preferita, temuta e desiderata al contempo, di Alice. Questa ricerca, determinata e capace di destrutturare alle basi ogni certezza, si unisce a una certa crudeltà nel dare all’opera un tono tutt’altro che rassicurante e limitato a una fruizione infantile. La caduta di distinzione tra animato e inanimato, specie nella dimensione del nutrimento, spesso controversa, sembra legittimare la violenza.

Il viaggio attraverso lo Specchio è preparato, meditato, analizzato; una scelta desiderata, più che una propulsione casuale e caotica che Alice subisce passivamente. È un luogo e un non luogo – fisico, temporale, metaforico – della crescita come ricerca di sé, smarrimento e mutamento volontario, perdita di sicurezza. Vertigine. Abbandonato ogni tentativo di auto-contenersi, il sistema di cerchi concentrici diventa una spirale in cui ricercarsi, ridefinirsi, capovolgersi. Caduta determinata e deliberatamente reiterata, portata con sé, custodita e tramandata. Eterno anelito verso ciò che è fuori portata e, al contempo, mai impossibile. Un biglietto perpetuamente valido, andata e ritorno, via di fuga per un mondo altro quando è il reale a essere troppo o troppo poco.

[Martina, @myworldinakallax]

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