CASSANDRA

di Christa Wolf (traduzione di Anita Raja) Edizioni e/o

“Poiché c’è qualcosa di ognuno dentro di me, non sono mai stata completamente di nessuno”.

Cassandra, opera difficile e intensa, regala una chiave di lettura femminista, ma anche altra e intimistica dei quel tentativo, insito nel poema epico, di far avanzare una sottile striscia di futuro dentro l’oscuro presente.

In uno scorrere analogico di immagini caratterizzato da una frammentazione e commistione dei piani temporali, la Wolf tesse un prima e un dopo intorno alla caduta di Troia. È necessaria un’operazione di de-strutturazione e di ri-strutturazione per cui le abituali categorie temporali e logiche non sono più sufficienti, la scissione e la frammentazione interiori sono tali da richiedere una nuova forma anche a livello stilistico. La rottura dei piani temporali attraverso analessi e prolessi, l’uso anticonvenzionale dei segni di interpunzione che si prestano ad una lettura ad alta voce, un continuo intreccio di discorso diretto e indiretto (come a simboleggiare una commistione tra i piani del dentro e quelli del fuori), le frequenti ellissi ed interruzioni testuali da un lato, e dall’altro periodi complessi che spaccano le regole della consecutio temporum: forzare la lingua per rincorrere un pensiero sfuggente e soffocato, questo è lo stile della Wolf. Un continuo spezzare e ricomporre che fa da specchio (e mi piace immaginarlo come uno specchio in frantumi) al dissidio interiore di Cassandra. Una nave quieta alla fonda e improvvisamente sciolta, libera di muoversi in un vortice, in giù, a ritroso, fino alle immagini purissime dell’infanzia. La nave è una delle immagini più ricorrenti, un tipo di moto che Cassandra abbina alla sua parabola – un collegamento con l’esterno, porto e partenza, esilio e ritorno, in balia di forze sovrumane ed infine strumento della sua ultima condanna, la lontananza da Enea.

Perché Cassandra è questo, voce e silenzio, dentro e fuori, distruzione e rifondazione, ricerca di un’identità e suo doloroso abbandono, categorie di opposti e tutto ciò che è altro. È impossibile non fare la guerra, la vita è conflitto, assedio perenne. Un continuo sottrarre spazi all’ignoranza, all’orgoglio, agli agi ed all’egoismo, a tutto ciò che copre come un velo di inganni la parola e le immagini.
La beffa, infine, è che la morte si riprende ogni cosa. Ogni centimetro di terreno. 

Cassandra combatte con la voce, un dono che è anche una maledizione, emblema – quasi un monile – di un ruolo desiderato ed odiato, che la porta spesso a interrogarsi su quale sarebbe stato il suo destino se attribuito ad una persona diversa, o se piuttosto a lei ne fosse stato assegnato un altro (Eleno, il suo gemello/specchio, Polissena, la sorella con cui condivide una predisposizione al carattere sacrificale). Tutto questo è estremamente doloroso, quando le sofferenze le conosci comunque tutte, le tue e quelle altrui. Se la voce è un’arma potente, forse ancora più devastante è l’impatto della sua negazione assoluta, il silenzio; Cassandra tacita sé stessa, la risonanza intima di quella voce, riducendosi a una figura, una maschera. Si rifugia nella sua carica e in tutto l’apparato che esso comporta, fatto di ossessiva ripetizione rituale, di una spinta ad una perfezione irraggiungibile che è insieme sollievo e tormento. Annullare la dimensione interiore e personale in favore di una pubblica che si esaurisce nell’espletamento di una funzione può essere un momentaneo balsamo per lenire sofferenze troppo intense per dar loro ascolto. È un tentativo ingenuo, da giovane, lo sforzo estenuante la soffoca, non riesce a respirare e si sente come se la vita – una questione di lotta continua tra libertà e predestinazione, il tema straziante che si ripercorre da Omero lungo tutta la Storia – le sfuggisse. Eppure la ricerca di identità rimane un tema sofferto in tutto il libro: (ri)conoscersi può essere un dolore. Scissa, da dentro, si osserva: il giudice più spietato ed il più implacabile di sé.

La ricerca di un noi è desiderata e fuggita per tutta la vita, e forse il terrore di un animo sensibile è naturale quando chi si muove in gruppo parla troppo forte e attacca per non essere attaccato. Forse ancor più difficile ammettere di appartenere a un noi è quando si riconosce una comune volontà di imporre la sofferenza. È molto più semplice proiettare all’esterno la crudeltà, attribuirla ad altri. Achille la bestia. Accettarla come parte di sé richiede sufficiente consapevolezza e autoanalisi. Ancora una volta, un moto dentro/fuori.

Quando, dopo l’assenza, Cassandra rientra in una Troia trasformata, nessuno sa chi sia, e lei ne è sollevata – una assoluzione, una liberazione da sé dolcissima quanto impossibile nello scontro con la realtà. Tale mancanza di autorevolezza, tuttavia, le si ritorce contro nel momento in cui la sua voce rimane totalmente inascoltata.

Il primo tassello di cui è costituita l’identità personale è quello del nome, che rimane tematica ricorrente. La perdita del nome padre (inteso come la sua legittimazione ad utilizzare tale affettuoso appellativo) è uno dei dolori più intensi che Cassandra affronta; come, speculare, il nome di Enea rimane un punto rovente nel suo animo, un’acuta trafittura che mi inflissi il più spesso che potei. Cassandra stessa bambina, fanciulla contro il suo ruolo istituzionale di sacerdotessa è il contraltare di quel padre/re Priamo tanto sofferto.
Ma per quello che parla da dentro non c’è nome, è il regno delle perifrasi.

Altro grande dualismo è quello tra potere e impotenza: è sconvolgente scoprire di poter esercitare la propria influenza sugli altri, un’arma spaventosa se utilizzata consapevolmente. La negazione di essa, però, decreta immediata condanna e rovina.

Troia è grande protagonista in eterno cambiamento attraverso questa frammentazione di piani temporali. La città salda della sua infanzia soleggiata e femminile esiste solo nei suoi ricordi; la sacra rocca di Ilio che nell’epica è il suo attributo più comune viene pian piano a sgretolarsi, vittima di attacchi interni ed esterni. Segnale dell’imminente fine è il suo uomo-simbolo, re Priamo, che diventa friabile – proprio così, una categoria solitamente attribuita alla roccia, a suggellare l’identità tra uomo e architettura, entrambi destinati alla rovina. Una catastrofe già scritta, fatale, che la predestinazione non rende meno sofferta. La caduta di Troia avviene per forze interne ed esterne: c’è una meravigliosa, crudele simmetria chiasmica nella riproposizione del modello indovino greco (Pantoo) a Ilio vs veggente Troiano (Calcante) nel campo greco; entrambe figure disturbanti ed oscure ma necessarie, sintomo di una prima contaminazione non scevra di oscurità e di elementi sinistri. Il rapporto con Pantoo è attrazione e repulsione, è odio e bisogno, carne e dono divino; Calcante è l’artefice del sacrificio di Ifigenia, ciò che marchia Agamennone da subito come colpevole e Clitemnestra come sorella tragica, un alter di Cassandra.

È Troia stessa, verso la fine della guerra, quando precipita verso la propria rovina senza ormai nulla a frenare la caduta, a perdere la propria identità. Forse è proprio qui che inizia la catastrofe: si abbandona il culto dei morti per onorare i vivi come eroi, come semidivinità. È un gesto molto politico – tutto il libro, volendo, ha una chiave di lettura politica che si collega all’impegno della Wolf ed al suo contesto storico/culturale – in un momento di guerra, la morte fa paura. Non è di vuoto e timore che c’è bisogno, c’è necessità di fare rumore, di celebrare grandi gesta. Non è la modestia a salvare, ma l’esaltazione ed il parossismo. Non è così che funziona la propaganda bellica, dopo tutto?

Ai margini rimane chi ancora si interroga sull’opportunità e sul senso etico di perdere la propria identità pur di sopravvivere.
Oppure, piuttosto, contaminarsi e morire lo stesso?

L’opera di Cassandra è, a modo suo, un tentativo di riedificare la città senza dimenticare nessuna pietra, ma, al tempo stesso, anche qui abbiamo uno spostarsi di area semantica, perché, prosegue, nessuna lama di luce, nessuna risata, nessun grido. Niente di eterno. Niente che rimanga scolpito nella roccia. Un canto del momento. Forse perché, e qui lo sforzo è lo stesso che sottende a tutto il poema epico ed alle sue letture successive, ciò che è da rendere eterno è proprio l’umano, il riso e il pianto. Una sorta di rimando a ciò che la Bespaloff collega abbinando la rocca sacra di Ilio a quella di Mosca, le rovine monumentali da cui si innalza un sacrario, una nuova realtà che glorifica ed eterna i caduti. Un reliquiario. E, d’altra parte, aedes (da cui edificare) è tanto la casa (il palazzo che per Cassandra è abitazione e luogo di affetti, ma anche di torture più o meno autoimposte, di riti, di obblighi e di amore) quanto il sepolcro ed il tempio, rispettivamente la casa dei morti e la casa degli dei. In tutti questi luoghi arde la fiamma, luce del focolare, lamella di fiaccole, olio funebre. Per quanto tempo, ormai?

Il tempio è luogo chiave anche quando Cassandra smette di credere. Oltre alla manifestazione che estrinseca i suoi doveri e la sua funzione, acquisisce carattere di luogo franco che si fa luogo di negoziazione, poi di tradimento e di violenza.

Achille la bestia. Ma è forse più disumano di chi consegna Polissena, di chi la contratta come fosse una merce? Il tradimento che si consuma qui è etimologico, un bacio di Giuda ante litteram: tradire ha la radice del latino tradere, che significa, appunto consegnare.

Un riedificare altrove che è anche la dimensione di Enea, uno dei pochi uomini portatori di una carica positiva, sebbene la sua caratteristica costante sia proprio il trovarsi perennemente fuori. L’anima di Troia, come è definito, è quasi sempre fuori da Troia. Destino o un modo per mantenere una sorta di purezza? 

Aedes deriva a sua volta dal greco αίθω, ardere: casa è dove brucia il focolare, fulcro attorno a cui si raduna la famiglia, fuoco sacro del tempio, luce perpetua della tomba. Lo stesso fuoco che ritorna nel nome di Elena, la fiaccola, la lanterna. Peccato che Elena non sia altro che un simulacro vuoto, una grande assente, un inganno di morte. Dopo anni, questo fulgore splendente sa di cenere e putrefazione: la guerra è vuota tanto per i greci quanto per i troiani. Elena è uno splendido simbolo di tutto ciò che è perduto, legittimazione della distruzione, strumento di finzione. 

Ma più si legittima la finzione, più il reale si popola di spettri. Il ritorno di Cassandra, infatti, sarà un camminare per le strade di un sepolcro a cielo aperto, una folle processione funebre. Il fluire delle ombre, però, è cominciato molto prima, e non è fatale, ma voluto dagli uomini, da quei potenti che hanno tessuto l’inganno e le hanno chiuso la bocca a forza. 

Troia è un sepolcro, una lunga, silenziosa fila di spettri. Cenere dove ardeva una fiaccola. La guerra inizia e finisce con un inganno, sottile gioco ancora sul tema del dentro/fuori (Elena, il cavallo che varcano le mura, ma non sono l’unica causa della caduta). La crudele ironia del fato scherza sul dualismo pieno/vuoto (il cavallo, che proditoriamente nasconde i Greci; la vanità di una guerra per il nulla). Portare dentro/portare fuori è un moto costante, intestino o urbanistico che sia, nella sua densa significatività. 

Per sua stessa natura, Cassandra è un romanzo di sorellanza femminile tacita e istintiva, quasi tattile, anch’essa più o meno sofferta e mai ridotta a una banale categorizzazione. L’elemento femminile è portatore di una carica sofferta, straziante e dilaniante. È estremamente concreto, si manifesta in tinte forti che vanno dalla sensualità, alla carnalità, alla brutale oggettivizzazione. Consapevole o meno, una voluttà materica e pulsante, che può diventare anch’essa strumento di potere. Cruda nella maggior parte dei casi ma capace anche di rara delicatezza, sa di sangue, non è un’amara saggezza alla Baricco. Marpessa, Enone, Mirina, Cassandra, Polissena e soprattutto Pentesilea non sono Andromaca. Ecuba stessa è ridotta a giudice, carnefice e muta figura impotente che urlerà solo di strazio e di umiliazione alla fine. È una sorellanza nella sventura e nella sofferenza, suggellata da uno sguardo empatico, la sensazione di riconoscersi in un mare di gente oltre un mare che ti separa da casa, nella donna che dovrebbe essere tua nemica e porta un gioiello identico al tuo. Magnifica, splendente e dannata esplicitazione di quella straziante sorte comune che unisce Cassandra e Clitemnestra, vittime e carnefici ai due lati opposti della Storia. Una consapevolezza femminile condivisa attraversa tutto il testo.

Non tutte le donne manifestano la sorellanza sullo stesso piano. La presenza delle Amazzoni, sottile, inquietante forza che preme dall’esterno ed irrompe nella guerra, verso la fine del libro si fa evidente. Le donne guerriere non sono che il naturale contraltare dei Greci, ragionano per le stesse categorie di estremi. Uccidere e morire. Il vivere sono le donne marginali a impararlo in maniera sofferta, e a sospingerlo in avanti. Se tutti gli uomini, Greci e Troiani, sono parimenti pericolosi per le donne, in maniera speculare le armate di Pentesilea sono mosse da qualcosa che di fondo somiglia molto a tale istinto di violenza: combattono tutti gli uomini.

Essere donne può voler dire trovare un’altra strada, un’altra bellezza, che è la stessa che, a distanza di decenni, auspica Baricco. La si trova ai margini, tra le escluse, le schiave, tutte coloro che non trovano un posto nell’ufficialità. La si trova in un’altra religiosità, quando credere a tutto è ormai uguale a non credere a nulla, la peggiore delle blasfemie. Il culto della Gran Madre Cibele, forza creatrice e distruttrice alle origini del mondo naturale e, forse, per questo, totalmente avulsa dal capriccioso pantheon greco, vanitoso, che necessita di timore e di speranza/stupore per essere venerato – non basta loro essere temuti, devono essere amati. Per celebrare Cibele bisogna uscire da Troia, salire il monte ed immergersi nella montagna, come a ritornare alla Terra, un moto verso l’alto opposto al sottosuolo tormentoso in cui appare facile sprofondare. Un culto primordiale, di origini anatoliche, che spinge Cassandra a interrogarsi sin dall’inizio sull’esistenza di altre realtà oltre a quelle inculcate dalla religiosità ufficiale. Brillante e curiosa, più interessata delle sue sorelle ai giochi politici – cui è particolarmente attenta e di cui non può essere vittima ingenua – ascolta i sussurri nei cortili, si intrufola, saVede attraverso il dolore e la sofferenzaRicordiamo infatti la radice greca da cui deriva il verbo sapere (οιδα), che rimanda alla dimensione della vista (anzi, dell’aver visto, in quanto aoristo/passato). Parola e immagini sono nutrimento e veleno di Cassandra. 

Ai margini troviamo le donne e un unico uomo, un vecchio che non trova posto nel nuovo ordine delle cose, Anchise che, nonostante questo, guarda al futuro. Questa sorellanza ammette anche l’uomo pio, non lo considera nemico solo perché appartenente all’altro sesso. C’è una patria per ogni esule, ai bordi slabbrati della realtà. Anchise diventa simbolo di accettazione e di fiducia, lascia un segno tangibile della sua schietta presenza. Intaglia il legno, sgrezza la corteccia come a lasciare libero il cuore dell’albero. I Greci vivono per categorie di opposti e assoluti, un mondo in cui non trova posto tutto ciò che non abbia contorni netti e definiti, che non appartenga alle categorie sensoriali. Chi lo tramanderà, allora, chi si farà cantore dell’altro?

Forse proprio chi frappone ai giavellotti i sogni, forse proprio chi sta ai margini e riedifica con qualcosa di diverso dalle pietre, con momenti ed eternità. Forse si tratterà di un consegnare diverso, quel tradere che non è alla radice di tradire ma di tramandare. Di tradizione.

Dal dolore non c’è scampo. L’insensibilità non è un progresso e difficilmente è un aiuto, e Cassandra lo scopre suo malgrado quando diventa vittima di una forza che la dilania dall’interno. Fuggire – dentro o fuori da sé – non è la risposta se non si accetta il dolore. Se si lasciano deserti luoghi dell’animo – se si cede e si abbandona quel terreno così faticosamente conquistato – ci vuole poi una vita a riabituarsi ad abitarli: ritornare, ripopolarli, riappropriarsene e infine abitarli. E così la rinascita non restituisce solo il presente, ma anche il passato, perché non è una prima volta, è un risignificare il passato in una forma più limpida. Solo accettare, legittimare e processare il dolore consente di abitare nuovamente il proprio vissuto senza deformarlo. Imparare per guardare al futuro, parlare di domani, rimanendo consapevoli della propria limitatezza. C’è bisogno di una quiete viva che non neghi la sofferenza. La speranza risiede in un cuore rianimato, che il dolore riusciva a raggiungere. C’è un modo per riparare agli errori, ci sono messaggi da tramandare. Ci sono momenti da eternare: Enea, condannato ad essere un eroe, rifonda Troia, ma Cassandra rifonda sé stessa. 

La dimensione corporea è fortissima, concreta e cruda in tutto il testo. Cassandra non fa che essere trascinata via, dall’interno dalle proprie visioni, all’interno dagli uomini. Il corpo è traditore, un delittuoso tramite di morte, qualcosa che cerca di punire trovando una folle voluttà nel dolore, una spirale distruttiva che crea subito assuefazione e diventa nutrimento e bevanda. La memoria è paura, è sentimento, o altrimenti non ha ragione di esistere. Cassandra nutre questa spinta all’insania attraverso lo spavento e la solitudine, ripercorrendo strade marcate dalle astute alleanze tra le nostre manifestazioni represse e le malattie. Il suo dono – la sua maledizione ed il nutrimento di questo dilaniarsi – irrompe con la forza di un fiume, la travolgente energia primordiale della natura. Non c’è scampo, e solo il duro lavoro di metabolizzazione del dolore riesce a far riaffiorare ciò che si desidera prevalga di sé. Il rapporto con il nutrimento, lo scivolare nell’inedia come controparte corporea dell’abulia, rimane costante in tutto il libro (singolare il ruolo ambiguo, salvifico e crudele, iniziatico e carcerario della nutrice). La malattia fisica, il decadimento corporeo sono desiderati come estrinsecazione, oggettivizzazione, esternalizzazione ed infine legittimazione di una sofferenza. In-sanìa, una voglia orrenda: indursi alla pazzia per mettere a tacere la voce che condanna, voce che è carne e sangue – corpo traditore – come se potesse proteggere dal dolore della lotta che infuria.

In fin dei conti, la prima volta, Cassandra è solo una ragazzina, non ha gli strumenti per questo αγων che infuria e crudelmente non la porta alla follia sperata. Vince il primo scontro grazie ad un duro lavoro che ha anche dell’ironia: chi sa riconoscere il tratto umoristico della pazzia, e sa usarlo, ha vinto. Riemerge grazie alla spinta di una sorella esclusa, riprende a muoversi con la cautela di una convalescente. Quasi a saggiare le ferite. Ritornare, però, comporta anche una amara consapevolezza, il riconoscimento di una finzione di cui le sfugge il senso. La trappola è stata smascherata come tale; la violenta, tormentata epifania le impedisce di riadagiarsi senza domande. Non è più disposta a ingannarsi, dopo aver soggiornato in quello che Dostoevskij chiamerebbe a tutti gli effetti un sottosuolo. Cassandra è quello che definirebbe una coscienza ipertrofica che affronta il fango del reale dopo una lunga atrofia. Torna alla luce, la luce del tramonto, la luce in cui persino le statue prendono vita. La luce che guarda con Enea.

“Voglio vedere questa luce ancora una volta. La luce che vedevo in compagnia di Enea, tutte le volte che potevamo. La luce dell’ora che precede il tramonto. Quando ogni oggetto comincia a brillare autonomamente e a porre in risalto il colore che è suo. Enea diceva: per affermarsi ancora una volta prima della notte. Io dicevo: per consumare fino in fondo ciò che resta della luce e del calore e poi accogliere il buio ed il gelo dentro di sé. (…) Vivevamo così, nell’ora prima del buio.”

I due poli opposti della rifondazione vedono nella fine e nell’inizio, in sé e fuori da sé il corso del sole che seguono con amore e precisione in un momento che cristallizza e scompone in pulviscolo dorato l’incertezza del reale. Simbolo di un maschile altro che non trova posto, Enea è il rapporto degli spazi sospesi, delle frasi interrotte. Contro quella salvifica festa del contatto che sana Cassandra con le sue sorelle di (s)ventura, rendendole capaci di rifondare, di tramandarsi oltre, Enea non può che carezzare l’aria sopra la testa di Cassandra, gesto dolcissimo e straziante che esplicita l’impossibilità di raggiungerla. È il rapporto delle metafore, è l’ora prima del tramonto.

Μετα-φορειν: ancora una volta un moto dentro-fuori, un trasferimento. Enea parte, destinato o condannato a diventare un eroe. Cassandra resta, condannata o destinata a morire dopo una rifondazione diversa. Non può amare un eroe, ma diventa eterna in un altro modo.
La luce del tramonto sembra animare persino le statue.

[Martina, @myworldinakallax]

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