BAMBINI NEL TEMPO

di Ian McEwan (traduzione di Susanna Basso), Einaudi

“Una stanza piena di gente non solo non riduceva in lui la tendenza all’introspezione, (…) ma la intensificava e le conferiva migliore articolazione.”

La dialettica che attraversa il protagonista, dilaniandolo, a volte, insiste sulla possibilità di colmare il presente ed esserne colmati contro l’istinto primo di trasportarsi altrove.
Il dramma irrompe nella banalità del quotidiano, che McEwan descrive con una cura tra il commovente e l’inquietante. L’autore esercita con maestria l’arte di afferrare un particolare con una pinza chirurgica, isolarlo e impreziosirlo, anche quando significa mostrarlo nella sua nuda essenza. Ne fa nodo di una rete di concretezza e alterità che non si negano nella loro apparente antinomia, ma saldano un linguaggio sotterraneo altamente simbolico, potentemente evocativo eppure incapace, per scelta, di esaurire sé stesso. Non sono mai casuali i dettagli più microscopici – il nome del pub “The Bell”, il reparto orologi, la scelta di un mezzo di trasporto libero da orari. È la ribellione davanti a un errore temporale a unire due esistenze che a loro volta produrranno una crasi di sé, a sancire l’istante primo della nascita di Stephen. In questa storia di tempo e di ribellione, tutto torna, tutto chiama, tutto si perde, perché non è dare una risposta lo scopo di McEwan. L’irrisolto torna a tormentare, ed è questo a eternare l’istante.


La rottura iniziale, prima frattura nella materia apparentemente solida, univoca e implacabile è un pretesto per sviluppare una riflessione su una cronologia della mente – quella doppiezza capace di inchiodare il reale nella sua spietata, irreversibile fissità e insieme di continuare a dibattersi e mutare. Il tempo di McEwan è una chimera, creatura viva e indefinibile, sfuggente e crudelmente determinata a sopravvivere, a nutrirsi di tormento ed estasi cui si accompagna, adattandosi al loro passo, adattandoli al suo cambiamento.
Il tempo s-vela e ri-vela ogni convinzione umana, ogni strategia difensiva nella sua limitatezza: l’indifferenza con cui i protagonisti della tragedia tendono a proteggere ciò che resta si dimostra nient’altro che una crosta superficiale. Un nulla basta a incrinare una fragile membrana oltre cui si riscoprono capaci di osservare, ricordare, sentire. Processare questo lutto invisibile è impossibile quanto chiudere una porta senza battente; Stephen, vittima prima che autore dei suoi pensieri, oscilla tra il necessario tentativo di rapportarsi con il mondo adulto e il rassicurante rifugio offerto da quello infantile, un piano mentale proprio – ancorché non fisico come quello percorso in verbis da Charles – a cui torna di continuo.


La vita gioca con i desideri e li ridimensiona a suo piacimento, rivolgendoli contro la parte più fragile e morbida di ciascuno, trasformandoli in armi e dilemmi che schiacciano e spingono il corso degli eventi lungo solchi imprevisti e non sempre desiderati. Il successo si tinge di amarezza, come una goccia che si spande densa avvelenando il tentativo di portare avanti una vita stanca con il dubbio di essersi accontentati.
I libri per l’infanzia parlano all’adulto già presente nel bimbo, al bimbo dimenticato nell’adulto: per McEwan la fanciullezza è senza tempo, un presente continuo, un’epoca in cui il futuro è un vago “da grande” ammantato di incredula alterità. Dopo Espiazione, ancora una volta l’autore salda i meccanismi nascosti al cuore della scrittura al nucleo fondante della persona in divenire: scrivere per sé, una sorta di credo autoriale, si trasforma nella sottile sfumatura di scrivere per un certo sé, una versione che non smetterà mai di esistere, che ancora una volta frantuma, scompone, spezza, rinsalda passato, presente, futuro. La parola scritta fa da tramite tra sé e il mondo esterno, specialmente quando rapportarsi con esso nelle forme consuete risulta complicato. La migliore letteratura per l’infanzia, afferma McEwan, reca con sé una caratteristica di invisibilità.

In una continua, inutile dialettica che assolve la funzione di dissacrante critica sociale e accademica, leggera quanto feroce, in una vana ricerca di formule fisse, l’autore preserva e protegge il valore di ciò che è capace di evocare l’ineffabile. Leggere significa sentirsi una voce libera dentro, avulsa dal limitato concetto di tempo degli adulti. È come inviare una lettera, slancio di fiducia, pericolosissima esposizione della parte fragile e autentica di sé, un piede nell’abisso. Come fanno i bambini.
Gioco di equilibrio. Case sugli alberi.
Occhi bendati. Facciamo che ero…


Perdere qualcosa di sé porta i protagonisti, a vari livelli, a tornare piccoli, ma è ancora una volta il tempo a complicare, a distorcere, a farci provare quella vertigine meno poetica, troppo adulta, che ci confonde. Forse non ha senso razionalizzare, forse la scelta giusta è girare fortissimo finché sopra e sotto, dentro e fuori, avanti e indietro si confondono, nomi vuoti per un cielo che ruota, danza, sfavilla. Forse bisogna smarrire – liberarsi di? — qualcosa per avere di nuovo il coraggio di sbandare così – non si dice forse perdere l’equilibrio, dopotutto? – e lasciare che tutto si sveli in un vorticare folle e bellissimo. Se si scrivesse per quegli irrisolti ricordi d’infanzia, si compirebbe un artigiano ritorno impossibile nelle categorie conosciute, nelle strade battute dai “grandi”. È un cammino lento, il bambino va a piedi, si stanca, si ferma. Si siede, osserva, riparte. Si stende. Segue le nuvole, gli aeroplani, solo dopo, se vuole, riprende. E non gli importa la strada più breve, quella più veloce. Non brucia benzina, questo ritorno, è un peregrinare di piccoli piedi vicino a binari infestati di verde.

“Neppure un viaggio nel suo passato remoto gli avrebbe comunicato questo genere di sensazione, quasi un dolore fisico, una confidenza, un ritrovarsi in un luogo che lo conosceva a sua volta e pareva osservarlo in silenzio”.


Il protagonista si ritrova in un dejà vu irreale ma estremamente vivido in quella dimensione impossibile nella memoria (ma forse non altrettanto nel ri-cordo, etimologicamente ritorno al cuore?), eppure tanto prima, perché la memoria non ha nulla a che fare con il tempo. Come non fosse un già visto ma un già vissuto. E materialmente forse lo è, a comprovare un senso di identità e di costruzione di sé che va oltre la coscienza, oltre la morale comune, al nucleo fondante, oscuro, pulsante di ciò che è umano. È vertiginoso vedersi attraverso il tempo proprio in quell’istante potentissimo e unico in cui i confini si forzano, la realtà si fa altro e al contempo carne, va oltre la storia e la cambia per sempre.


Sbirciare negli abissi che presenta McEwan fa quasi spavento, eppure continua a emozionarmi da morire. Sembra di smembrare un edificio sino alle fondamenta, di assistere alla destrutturazione estrema che scarnifica e parimenti glorifica la materia umana – quella che lui stesso definisce una risonanza potentissima al di fuori della sua esistenza. L’autore lo fa attraverso una sorta di fiaba sinistra, traccia a fuoco di un tempo altro, un dramma per adulti intriso di un senso di esclusione e di estraneità. La percezione di essere di troppo è fortissima, straniante se pensiamo alla famiglia come primo guscio protettivo, e porta a una consapevolezza lancinante: essere indesiderato significa non avere destinazione, riduce ogni movimento a un mero precipitare, non un moto di rivoluzione, una rotazione perpetua in schianto intorno a uno stesso punto. Il de-siderio, sentimento intenso come tutti quelli infantili, è etimologicamente l’atto di caduta dalle stelle per incastonarsi nel reale, qui distorto da una straziante impossibilità di appartenere, una tristezza antichissima che appartiene a sé e al contempo è potenzialmente universale, comune ad altri fratelli sconosciuti nella sventura. Più affini del proprio sangue.


Come i binari del treno, le vite si allontanano pur dando l’illusione di unirsi, o forse, se siamo abbastanza coraggiosi da metterci a testa in giù, si avvicinano pur sembrando volersi separare. Ineluttabile fatalità, scoperta, vuoto di una vita inafferrabile come il paesaggio dalle carrozze ferroviarie. Treno fisico, tempo scandito, guidato da altri, ma anche un treno metaforico, convoglio scagliato a tutta velocità su un percorso fisso senza fermate per scendere – un salto? Un atterraggio su ginocchia disposte a sbucciarsi?
Reimparare a camminare. Rianimarsi attraverso l’apprendimento – l’alfabeto, una pratica sportiva. Una nuova nascita per un fanciullo nell’anima, passato attraverso un travaglio incompleto.

Per Charles, che ritorna bambino in un’infanzia isterica, forzata e disperata, reinventarsi un mondo “altro” che segue regole proprie è lo strumento per sollevarsi da una realtà in cui gli è ormai insopportabile vivere. L’innalzamento non è solo metaforico ma anche fisico, un allontanamento dalla società, dagli affetti convenzionali, un ritiro in sé in un tempo che scorre al contrario. Nell’intreccio sospeso di rami che costituisce il pavimento della sua nuova casa, chi non si adatta rischia di precipitare, ma non c’è malizia, non c’è cattiveria – l’infanzia è il periodo dei legami innocenti, per quanto i bambini siano per loro natura egoisti. La sua pazzia si autoprotegge, infatti, conservandosi e nutrendosi di sé, ma lasciando infine l’adulto a consumarsi nell’inedia.

La sinistra ossessione di Charles insegue una libertà da orari, scalette, persino dalle stagioni che implacabili si susseguono sfuggendo a ogni tentativo di controllo, a ogni pretesa di governo. La condizione di psico-labilità non è descritta come una situazione clinicamente da sanare, ma quasi come una porta, un reagente capace di catturare con vivida, irreplicabile solidità sensazioni che fanno appello alla nostra memoria profonda, irrazionale, prima. A lacerare l’io in maniera insostenibile è il profondo contrasto tra gli intimi desideri irrealizzabili e la volontà di compiacere, impossibili da conciliare in un reale che per quella sensibilità non ha – non vuole trovare – posto, senza nemmeno interrogarsi. Servono quindi nuove strade, per quanto folli, anche tra le vie degli alberi.

Così il tempo ribelle, quello al di fuori dei confini geografici e cronologici imposti, tanto attraente perché capace di accarezzare la tragedia, si unisce alla dimensione onirica, che dilata e deforma l’ordine, la logica, la gerarchia.
Perché, dopotutto, siamo abituati a concepire la crescita come un processo lineare, una scissione da parti di sé ormai superate, una strada dritta. Come se il tempo avesse quell’unica direzione – ma McEwan ci dice, alla sua maniera conturbante, sottile, geniale e angosciante, che non sempre è così. Che qualcosa rimane attaccato dentro. E non dà ricette per confrontarci con esso, lascia che sia il reale, intrecciandosi con il sogno, a scavare nell’io portando in superficie quella scheggia – frammento affilato che ferisce e al tempo stesso sana di colpo, completando, forse, uno spazio vuoto che nemmeno si percepisce. L’adulto è portato a pensarsi in termini di efficienza, funzionalità. Crescita. La contraddizione diventa un nemico da combattere – eppure.

Eppure demolire per ricostruire dalle stesse basi forme nuove implica comunque la persistenza della stessa materia fondante, ricombinata e risignificata per adattarsi all’implacabile tempo che passa, deforma, allarga. Crescere è anche contraddirsi, ridefinire senza necessariamente scardinare, come accade a Julie.
C’è una forza meravigliosa e sincera nella contraddizione. Qualcosa di consapevole, che non ha vergogna di mostrarsi nelle debolezze, nell’apparente negazione di sé che è tale solo in superficie. Chi cresce in questo modo in realtà abbraccia ogni sé passato, non cede alla facile tentazione di distruggere per non vedere. Un cuore nudo e ferito che mostra sé stesso nella sua cruda interezza, tessuto cicatriziale compreso. Una fierezza che sa di sconfitta e vittoria al tempo stesso. Come, in un certo senso, accade a Julie, che “possedeva l’indistruttibile, utilissima capacità di comprendere e presentare le proprie rovine in modo da farle apparire come stadi di un’educazione sentimentale e spirituale.”

Dopotutto, giocando col Tempo a ritroso, è da secoli che le rovine piacciono. E su di esse McEwan azzarda un’ipotesi dolcissima e incredibile, plasmando la materia temporale in un reiterarsi, in una nuova attesa che si concretizza unendo linee cronologiche e geografiche, stringendo nodi salvifici e non soffocanti. Il bambino-Stephen ha avuto dignità di esistere nel desiderio, è caduto dal piano aereo delle possibilità quando gli è stato aperto un sofferto posto nel reale, mentre il bambino-Charles, nascosto, ha continuato a camminare sul suo soppalco di rami, senza mai godere di abbastanza luce per materializzarsi. Attesa e ritorno, i sogni del bambino nascosto, continuare ad amare o smettere di desiderare: aspettare diventa un moto di cura laddove prima era tormento, correre il rischio di farlo significa accettare la presenza di un tempo futuro, di un reale negato. Significa dare persino accesso alla tenerezza, al lenimento del dolore. Come se crescere fosse nascere di nuovo.

[Martina, @myworldinakallax]

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