ILIADE, IL POEMA DELLA FORZA

di Simone Weil (traduzione di Gabriella Baldanzi e Viviana Paramithiotti), Farina Editore
Prefazione di Mario Trentadue

Il saggio di Simone Weil arriva, attraverso un regalo che parte e parla dal cuore, a complemento ed arricchimento del mio percorso di lettura a contorno del poema omerico. La trattazione, breve eppure densissima, è accompagnata da ricche citazioni del testo originale, conferma rigorosa e di ampio respiro di ciò che la filosofa dipana a partire dall’assunto presente sin dal titolo. 

La Forza è quella potenza sovrumana, super partes¸ che soverchia tutti gli uomini senza distinzione, vincitori o vinti. Singolare come questo concetto, attraverso i secoli, abbia dovuto esprimersi attraverso una complessità propria di ben pochi concetti: in greco c’è una varietà di vocaboli a concorrere alle sfumature della Forza (εξουσια, αλκη, βια, ενεργεια, ισχυς, κρατος, ρωμη, δυναμις, ευψυχια), mentre il latino presenta una declinazione difettiva. Vis deve infatti avvalersi della più concreta manifestazione roboris, che affonda radici salde nel terreno sfidando i tempi. Multiforme, ineffabile, terribile e meravigliosa categoria propria dell’umano e del divino.

La Forza abita un regno che si pone oltre il pantheon, dominio capace di trasformare la materia viva in pietra, e cala implacabile sul mondo umano, mietendo le sue vittime con un’amarezza senza conforto che non si limita alle categorie della vita e della morte, apparentemente i due estremi toccati dalla guerra. La forza peggiore è quella che non uccide, che riserva il colpo fatale per un secondo momento. Una sospensione straziante, un respiro mancato, un arco di tempo in cui l’uomo si trasforma in cosa. La domanda su quali siano gli attributi insindacabili della vita umana è attualissima, attraversa oltre due millenni di conflitti e si declina persino in tempo di pace. Perché se ciò che contraddistingue la persona è l’essere abitata dall’animo, come si può ammettere che l’animo sia forzato ad occupare una cosa vuota? È il regno della violenza. La cena tra Ulisse e il supplice Priamo è un celebre esempio, momento toccante accarezzato o sviscerato da pressoché ogni studioso della materia, in cui il re troiano si trasforma in uno di quegli esseri tanto inerti da essere totalmente in balia di chi è in grado di esercitare la forza. Paradigmatico della sconfitta non per l’appartenere al lato vinto della barricata, in questa democratica implacabilità, ma per il suo abbandono passivo, il suo sgretolarsi fisico che già la Wolf evidenzia. Per sua stessa natura l’animo anela ad una umanità impossibile, lacerante dissidio che si accompagna al subire.

Subire che è, etimologicamente, un moto di sommersione, sub – ire come “andare sotto”, un ipotetico sottosuoloche ricorda Dostoevskij in cui già la Cassandra della Wolf sa muoversi, pur lottando in maniera più o meno disperata attraverso le fasi della sua esistenza, che si accompagna a quelle del conflitto. Questo schiacciamento, che sia operato dal piede del vincitore, che sia a maggior ragione la genuflessione spontanea di Priamo davanti ad Achille, si dipana linguisticamente in diverse espressioni come “sotto il giogo di una dura necessità”, “i tuoi superiori”, “sul fondo di concave navi” “sotto gli occhi di un padrone senza dolcezza”, mirabili, multiple declinazioni di uno sprofondare fatale. Un moto opposto e contrario all’innalzarsi di quella rocca di Ilio che usava svettare al di sopra della pietra che costituisce Troia e che un tempo era materiale fondante del suo stesso Re. Una geografia direzionale della rovina.

Il vinto tramutato in cosa perde il possesso del suo tempo, rivolta la comparazione tra futuro e passato, sostituisce al domani l’idea della morte, avvicinandola rispetto a quella che è l’ordinaria prospettiva del tempo di pace. La guerra e la prossimità della morte sembrano inconcepibili finché non vi si trova coinvolti, ma quando si diventa parte del meccanismo è inammissibile, di contro, pensare di spezzare la catena. Un meccanismo egosintonico, una dinamica che si nutre e produce sé stessa, e a sé stessa e contro sé stessa si rivolge e si rivolta. Le sventure perdurano a causa del loro stesso peso: ciò che dall’esterno appare facile da sopportare si conserva, alimentandosi di sé ed eliminando le risorse necessarie ad uscire dalla spirale. Impossibile appare anche l’idea di fare della moderazioneuno strumento per spezzare la catena, per porre fine allo strazio: pacificare il dissidio attraverso una rimodulazione dei toni verso una rassicurante mediocrità significa sottoporsi al giogo del ricordo. Un carico impossibile da sostenere, eternamente corrosivo per l’animo. È l’ebbrezza– furia trascinante, sconvolgente, capace di annichilire ogni rimorso, di tacitare ogni domanda – a consentire di sopportare una vita piegata dalla forza.

Il messaggio della Weil apparirebbe improntato agli aneliti distruttivi e corrosivi se non prendesse in considerazione parimenti l’amore. Il poema omerico, esempio raro nella letteratura, riesce a tratteggiare ogni forma di amore – fraterno, filiale, carnale, di patria, materno, amicale, paterno e, il più sconvolgente, controverso, rivoluzionario, quello tra nemici mortali, capace di annientare la brama di vendetta e qualsiasi distanza addotta dagli accidenti del momento, minuzie che allontanano l’uomo dalla consapevolezza dell’universalità, della simpatia della sua condizione. Questa variegata, profonda e totale proiezione dell’amore rende ancora più amara la consapevolezza di cosa, esattamente, ci venga sottratto dall’utilizzo della forza. Un rimpianto, un’amarezza che procede dalla tenerezza. 

Questa conoscenza – un’intuizione finissima della Weil – potrebbe avere un’eco nelle teorie relative alla genesi del poema. Se si considerano, infatti, in un’ottica più ampia le vicende degli Achei, appare tragicamente ironico – e terribilmente equo, in un certo senso – come, qualche anno dopo le vicende di Ilio, essi stessi siano vinti, esuli o prigionieri. Potrebbero essere stati i racconti di chi era abbastanza anziano da conoscere entrambe le realtà, vittoria e sconfitta, ad ispirare il tono sorprendentemente equo che attraversa tutta l’Iliade, la profonda parità di giudizioche accoglie e condanna al tempo stesso Greci e Troiani. Come a ricordarci che si può amare ed essere giusti solo conoscendo il dominio della forza, compiendo uno sforzo di consapevolezza che è strazio necessario culminante in una ribellione. Operazione difficile e dolorosa: sarebbe più semplice raccontarsi menzogne, ammantare questa epifania di veli rassicuranti intessuti di bugie, ma non è un gioco che può reggere a lungo, in un mondo che la Forza soverchia di continuo imponendo il proprio capriccio.

Così come ci si può illudere di padroneggiarla, inebriati per una volta dal suo favore, cedere alla lusinga di considerarsi padroni di una pulsione vitale e distruttrice, totale e innata come la fame. Le lacrime di Achille mostrano che egli stesso è vittima della paura. Il destino cieco è più forte di qualsiasi pretesa di valore: il forte ed il debole partecipano del medesimo destino – un agire ed un subire folli e spietati che non lasciano spazio a pensiero, giustizia, prudenza. È per questo che i Greci fanno del concetto di υβριςuna vera e propria bussola morale, quel limite all’interno del quale l’agire umano si concilia con quanto gli dei hanno stabilito e il cui superamento sancisce un peccato di tracotanza foriero di conseguenze nefaste. Chi, momentaneamente, viene a trovarsi in posizione di vantaggio sulla bilancia della forza, sente di avere qualsiasi licenza solo perché il potere decisionale più elementare è stato sottratto agli inferiori.

Persino i più tronfi tra i vittoriosi, tuttavia, sono costretti a prendere atto della supremazia del caso – quella vox media che cambia solo nome dal mondo greco a quello latino: Τυχη, Fortuna. Nessuna barriera è efficace contro questo castigo che colpisce con rigore geometrico, intervenendo a riequilibrare qualsiasi abuso della forza, a ricordare agli uomini la propria nudità. Un destino comune in cui carnefici e vittime sono parimenti innocenti: vincitori e vinti sono fratelli nella medesima miseria. Una pacificazione ossimorica, una tardiva vicinanza paradossale: se sia un conforto o meno, è questione implicita rimessa dalla Weil al giudizio del singolo.

[Martina, @myworldinakallax]

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