SULL’ILIADE

di Rachel Bespaloff (traduzione di Simona Mambrini) Adelphi

L’Iliade: canto della forza e della bellezza. La bellezza della forza, spinta alla distruzione e condannata all’emulazione e alla reiterazione di sé stessa, il trionfo della caducità e dell’eradicazione violenta contrastato da quel desiderio di eternità che da sempre l’uomo avverte come la realizzazione finale di quella lotta contro il tempo che è la vita terrena. Annullare l’altro e annullare sé stessi, un gioco pericoloso di realtà ed illusione, un’arroganza che nasce dalla sovrabbondanza di vita ed al tempo stesso dall’estasi del sacrificio.
Sacer – facere, nella forma più alta: il sacrificio di sé quasi come un privilegio. Il dono di poter essere pienamente sé stessi solo quando si è a un passo dal non essere più nulla.

Se c’è qualcosa che rimane impresso a tutti, ma proprio a tutti, nello studio dell’epica, è la sua formularità, l’utilizzo di forme di ripetizione/anafora con un chiaro scopo pratico, quello di aiutare la memorizzazione di un testo che nasce innanzitutto come tradizione orale. Affidata peraltro a specifiche figure, ammantate di un valore quasi sacrale. Gli epiteti, i patronimici, il ripetersi e rinnovarsi di situazioni tipiche (o topiche) – il concilio degli dei, la supplica, la vestizione dell’eroe, il funus, il sacrificio. 

L’ira di Achille è definita, sin dal proemio, funesta, andando ad attribuire un destino di morte dal principio. Singolare andare ad indagare l’etimologia di questo termine, che fa riferimento ai riti mortuari consumati nel mondo antico attraverso processioni e simboli ben codificati. Tra questi potrebbe esserci il fumus latino, così come anche i funalia, intrecci di corde utilizzati, opportunamente ingrassati, per torce da ardere durante il percorso di cordoglio. Un’altra ipotesi ancora riporta al termine greco φωνος, portatore di un significato tragico intriso di strage.

Eppure non c’è solo meccanica, in questa reiterazione della forza distruttiva, nel rinnovarsi del suo potere catastrofico quasi fosse quello di un cataclisma naturale. C’è, dall’altro lato, un tentativo di catturare, tramite la ripetizione, la sacralità dell’umano. Di rendere la finitezza eterna in poesia. Perché siamo abituati a darla per scontata, questa dimensione di sfida al tempo – una sfida vinta, peraltro, rinnovata nei secoli e nelle tradizioni a venire. Ma non è così. C’è una battaglia che è universale e personale, che è il muovere di un esercito ed al tempo stesso un padre, un figlio, un fratello, che prende consapevolezza della propria vulnerabilità ed imbraccia uno scudo – fatto forse di tutto ciò in cui crede, di tutto ciò che vuole proteggere e da cui è protetto – e sfida la sorte, sfida gli dei, sfida il tempo stesso e diventa immortale.

Per quanto l’idea di uno schieramento delle divinità ci faccia pensare alla guerra come un tavolo di forze spiegate secondo un esito già scritto, non è così. Persino Zeus deve sottostare alle Moire. Persino gli dei non sanno tutto ciò che soggiace, si rivolta e si annoda in quel margine di libertà che il destino concede ai mortali. Ci sono sconvolgimenti abissali inaccessibili finanche ai numi, indice di una primordiale, selvaggia fraternità tra l’uomo e gli elementi che rende il reale un mutevole divenire. Il meccanismo di creazione, distruzione e rinascita restituisce una importanza suprema alla vita di chi dimora. È il trionfo della fragilità e della finitezza della condizione terrena. C’è uno spazio di ineffabilità, in questo anfratto oscuro, e c’è poesia nel modo in cui la vita umana si ribella al divino. La vita, dice la Bespaloff, è essenzialmente ciò che non si lascia valutare, misurare, condannare o giustificare dal vivente. Una forza suprema, qualcosa che non soggiace nemmeno alle categorie del bene e del male. È vita, ed ha il potenziale per diventare materiale poetico, di piegarsi e annodarsi in forme non predefinite ed eterne. Omero, Tolstoj, Shakespeare: le grandi menti hanno colto e trasmesso con un’ombra di tenerezza la luce di tutto ciò che è destinato alla distruzione e si illude di poter brillare – per ingenuità, ignoranza o sfida. Sono i cantori del tempo sospeso, dei momenti in cui, pur raccontando la Storia, ci si solleva al di sopra, una planata aerea e lontana, qualcosa che ci dia l’illusione di poter fuggire per osservarla nella sua universalità.

E parlare di qualcosa di totale come il tempo richiede il senso della lentezza, il dono della brevità, la capacità di essere crudi e concreti nel raccontare questo moto distruttivo ed al tempo stesso di sollevarsi sulle macerie della Storia cogliendone il potenziale. Farne da cimitero/sacrario un luogo monumentale, come se nelle ceneri del passato risiedesse la materia impalpabile e suprema con cui cantare una storia tremenda e magnifica.

“Lo sprofondare nell’abisso della guerra, ma anche l’innalzarsi alla pace delle Costellazioni”. Che altro non sono che un disegno umano che dia un senso a qualcosa di talmente immenso da essere straniante, un capogiro infinito o forse solo la piccolezza di un cielo stellato in un silenzio e un buio assoluti, prima e dopo ogni tempo. 

Assoluto – ab/solvo, sciolto da ogni vincolo, da ogni legame con un qui ed ora e per questo specchio di una universalità primordiale. Poema dei silenzi, quei momenti di tregua necessari in quanto sacri, quelli in cui il clangore delle armi tace per farci cogliere, come un fragore, un tuonare lontano, il mormorare del cosmo. Un istante assoluto e permanente.

Mi piace pensare che sia la luce delle stelle quella che la Bespaloff abbina alla bellezza, quando dice che fa splendere sulla sofferenza la possibilità di salvezza. E non fa mai riferimento a una delle categorie più abitate dalla cultura classica, quella καλοκαγαθία su cui è imperniato l’assunto che la bellezza fisica vada di pari passo con le qualità morali. Non si ricerca nessuna perfezione, nell’Iliade, proprio in virtù del suo essere un elogio della finitezza, della caducità, della fragilità. Non ci sono categorie morali, lo scontro non è di valore e qualsiasi giudizio è sospeso. La bellezza viene, invece, abbinata alla verità, un concetto che richiama alla mente quei versi di Keats in cui il poeta, innamorato proprio della cultura classica, scrive bellezza è verità, verità e bellezza. 

Paride, bellissimo ma codardo, rappresenta di contro la negazione della kalokagathia. Il fratello ritrovato, il fratello che non doveva esistere, un capriccio del fato e degli dei per mettere in moto qualcosa che forse e vuoto.

La verità non è buona o cattiva, non è giusta o sbagliata. La verità è semplicemente ciò che toglie quel velo di cui si ammanta il reale, fosse anche solo per un attimo, come fa Elena, per mostrare il suo sorriso triste. Quello che sfugge a qualsiasi marmista. Uno squarcio di eterno, il mistero è per un istante sotto gli occhi di chi vuole guardare, di chi vuole vedere (ricordiamo che in greco la radice di vedere si ricollega anche alla categoria del sapere: οἶδα significa io so, ma presenta la radice del verbo vedere). La verità, ἀλήθεια, è ciò che non è più nascosto.

1 – ETTORE, UMANO, TROPPO UMANO

L’uomo che ha sofferto tutto, che ha perduto tutto tranne sé stesso. L’emblema di qualcosa che sentiamo con terribile attualità ancora oggi: più conquisti, più hai da perdere. Ettore, il custode delle felicità periture, il baluardo della finitezza e della vulnerabilità, il più umano degli eroi omerici. Ettore ed il suo tempo contato, la crudele ironia del fato: non sopravvive per vedere la caduta di Troia. Non c’è protezione divina su di lui, non c’è magia o profezia che lo renda qualcosa di diverso da un primus inter pares.  Non c’è idealizzazione – Ettore sbaglia, pecca di tracotanza, perde la testa, come tutti gli altri. Perde tutto, ma non la gloria che lo rende immortale. La leva che muove ogni cosa è un desiderio intimo, personale, individuale di essere ricordato, di superare la limitatezza del tempo con gesta gloriose che lo rendano eterno.

2 – TETI E ACHILLE, DOPPIA AMAREZZA DI UNA DOPPIA BEATITUDINE

Può sembrare forse assurdo parlare di amore come la spinta prima e più profonda di Achille, passato alla storia per la sua ira funesta. Non c’è spazio per l’ambivalenza, perché dalla connotazione tragica del funus non si scappa. Ma c’è anche uno strazio tutto interiore che è la ricerca di amore – un amore che è ricerca di sé quando rivolto a Patroclo, una lotta per il possesso e la supremazia che utilizza Briseide come schermo e scudo, ma che si fa autentico, straziante, innocente e quasi infantile quando è un protendersi verso la madre. La furia devastatrice di Achille assume un valore diverso, meno simile al compimento passivo di un disegno superiore, più sofferto e patito se la si pensa come la rabbia di chi prende coscienza della propria impotenza. Fronteggiare la caducità delle cose può condurre ad esiti opposti: una tenerezza per la vulnerabilità, quella che spinge Ettore a combattere per proteggere, o una brama di distruggere, una rabbia nei confronti di tutto ciò che è corruttibile, quasi la sua forza sovrumana fosse così una bugia, un’illusione. La mitologia greca comprende una folta schiera di creature ibride, di doppie nature che, se da un lato donano il privilegio di entrambi i lati, dall’altro ripercorrono doppiamente lo strazio della spaccatura. Teti rimpiange di non essere umana per condividere la stessa sorte di Achille, rimpiange di non essere divina per non poterlo proteggere come un essere superiore potrebbe fare. C’è tanto di umano in questa madre dolente che leggiamo in partenza come condannata ad essere una figura archetipica della Vergine sofferente, costretta ad accettare un destino di lacrime e rimpianto.
Una meravigliosa ingratitudine – il privilegio straziante di aver potuto essere testimone di una vita eccezionale e di non aver potuto fare di più.

3 – ELENA, IL VELO DI MARMO

Elena, la creatura meno libera.
Elena, la meno libera, tesse un disegno di altri su una tela cui è legata, attraverso i fili del destino che le parche hanno voluto stringerle al collo. È velata, ma nessuno osa guardarla. La sua bellezza è la sua condanna, doppiamente esule soffre di doppie mancanze. Uno splendido isolamento.

αίθω, ardere: casa è dove brucia il focolare, fulcro attorno a cui si raduna la famiglia, fuoco sacro del tempio, luce perpetua della tomba. Lo stesso fuoco che ritorna nel nome di Elena, la fiaccola, la lanterna. Peccato che Elena non sia altro che un simulacro vuoto, una grande assente, un inganno di morte. Dopo anni, questo fulgore splendente sa di cenere e putrefazione: la guerra è vuota tanto per i greci quanto per i troiani. Elena è uno splendido simbolo di tutto ciò che è perduto, legittimazione della distruzione, strumento di finzione. 

Ma più si legittima la finzione, più il reale si popola di spettri. Il ritorno di Cassandra, infatti, sarà un camminare per le strade di un sepolcro a cielo aperto, una folle processione funebre. Il fluire delle ombre, però, è cominciato molto prima, e non è fatale, ma voluto dagli uomini, da quei potenti che hanno tessuto l’inganno e le hanno chiuso la bocca a forza. 

Troia è un sepolcro, una lunga, silenziosa fila di spettri. Cenere dove ardeva una fiaccola. La guerra inizia e finisce con un inganno, sottile gioco ancora sul tema del dentro/fuori (Elena, il cavallo che varcano le mura, ma non sono l’unica causa della caduta). La crudele ironia del fato scherza sul dualismo pieno/vuoto (il cavallo, che proditoriamente nasconde i Greci; la vanità di una guerra per il nulla). Portare dentro/portare fuori.

La guerra delle donne, capaci di ricavare un tempo diverso, cucito su lentezze sapienti che fermano la battaglia, fermano la mano, fermano l’arma. Le donne sono protagoniste del prima e del dopo, dell’ansia e dello strazio. Non c’è la gloria degli eroi, per loro, ma è singolare la delicatezza con cui Omero, nonostante la misoginia della società greca, tratteggia le grandi figure femminili, facendole già capaci di immaginare una realtà altra dove la bellezza non è solo quella terribile e distruttiva della guerra. Sono loro ad avere il potere di sospendere la battaglia creando uno spazio vuoto per la compassione, per il pianto e per il riso, per il non scritto. Sono loro a poter immaginare cosa riporta a casa Achille.

Rachel Bespaloff ci fa riconsiderare quegli attributi che abbiamo sempre dato per scontati, forse abituati a slegare gli eroi omerici dalla loro umanità. La bellezza di Elena non è una benedizione, ma è ciò che la isola. La innalza e la preserva, ma la allontana dalla profondità e dalla sincerità di qualsiasi rapporto umano, se escludiamo una imprevedibile fratellanza con Ettore. Elena è doppiamente sradicata, doppiamente esule, doppiamente apolide. Impossibilitata a legarsi, è impossibilitata a qualsiasi tipo di ritorno, ma le è negata anche la quiete della stasi. Una fuga per amore che si trasforma in esilio, le si rivolta contro avviluppandola tra le maglie del rimpianto. Una condizione di caduta ascrivibile a una colpa che lei non è consapevole di aver commesso, vittima di un peccato completamente diverso da quello della cristianità, non databile, non rintracciabile e forse per questo così profondamente umano. Elena scivola ammantata di una regale umiltà sommessa per le stanze della rocca di Ilio, archetipo di quell’Anna che Tolstoj da cuore pulsante rende vittima sacrificale di un’illusione impossibile. Una calma impossibile da fissare nel marmo, perché nient’affatto imperturbabile, ma venata di una amarezza del tutto umana, un lamento trattenuto, una sofferenza ineffabile che forse non si autorizza nemmeno a provare, terribilmente consapevole del male da lei indirettamente arrecato.

Terribile, quella terra di confine tra la bellezza assoluta e ciò che genera sgomento, il margine per la realizzazione di un sublime eterni e scorrevole.
Eppure, sembra dirci la Bespaloff, la sofferenza scagiona Elena. Il fatto che la sua benedizione la tormenti, che il suo privilegio la strazi, la pone su un piano diverso da quello delle divinità, che muovono le pedine sul tavolo di quello che per loro è un gioco per vincere la noia.
Elena, come Anna, è già perdonata, è il suo dolore a farlo. Ma lei non lo sa.

4 – LA COMMEDIA DEGLI DEI, TOLSTOJ ALLA CORTE DELL’OLIMPO

Tra le idee brillanti della Bespaloff non solo gli arguti accostamenti di parole, che ci regalano un saggio che sfiora la poesia. C’è del genio nell’abbinamento Omero-Tolstoj, una di quelle epifanie talmente sottili che, una volta svelate, non puoi fare a meno di chiederti come sia stato possibile non vederle prima. Il grande autore russo non ci regala solo una delle eroine tragiche più indimenticabili della letteratura, ma viene ricordato per un’opera immensa che ha, appunto, il titolo di Guerra e Pace. Come non cogliere l’analogia tra una corte indifferente, irriverente e ridanciana di privilegiati che si diverte ad osservare le tragedie dei singoli? Una torma di soggetti mossi da invidie e sotterfugi, capaci di scatenare cataclismi per sfuggire alla noia e comunque immuni dall’asprezza di giudizio riservata ai mortali. Gli dei omerici ed i nobili russi sfuggono alle categorie del peccato e dell’innocenza, si godono una vita di cui sovrabbondano, innaffiandola di risa e di vino in un incoerente, estatico ed al tempo stesso tragico trionfo.

Causa di tutto, responsabili di nulla: così li definisce la Bespaloff, senza tuttavia privarli di quell’alone di umanità che arriva, in casi memorabili, ad avvicinarli alle pendici di quella inaccessibile montagna. Il rimpianto e lo strazio di Teti, le predilezioni momentanee per l’uno o per l’altro eroe che possono sembrarci dei capricci ma raggiungono, a volte, le tonalità della benevolenza e della pietà.
La poesia delle piccolezze, delle contraddizioni, delle finitezze e delle fragilità.
Un sentore di eterno tra pagine che non sono mai nate, eppure sono più reali che mai.

[Martina, @myworldinakallax]

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3 pensieri riguardo “SULL’ILIADE

  1. ..Un saggio, quello della Bespaloff articolato, ambizioso, a tratti ambiguo. Che in futuro, chissà, spero di rileggere.. Perché qui si parla dell’ occidente, della sua nascita e forse, perché no della sua fine. Si parla della Bibbia, il libro dei libri per arrivare a Guerra e pace… Molte cose mi sono sfuggite, in queste pagine dense e titaniche. La Bespaloff è una creatura del cielo Da approfondire, custodire e salvaguardare, come ognuno di noi del resto nel quotidiano incedere della vita.

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