I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER

di Johann Wolfgang Goethe (traduzione di Aldo Busi), Garzanti

“Le cose che io so, tutti possono saperle; ma il mio cuore sono solo io ad averlo”.


Ci sono opere che sono manifesto poetico, definite programmatiche. Sono quei testi che contengono in sé una visione innovativa, coraggiosa. Uno sguardo proiettato verso un oltre spesso incomprensibile per i contemporanei. Ci sono precursori dei propri tempi, animi alti che sono già altri, sentono già dove cuori ordinari non sentono. Sono coloro in cui, dopo centinaia di anni, ancora ci troviamo, persino quando non sappiamo di cercarci. Sono coloro in cui ci perdiamo.
Ed è bellissimo, davvero. È una delle manifestazioni più potenti del valore della Letteratura – o, per estensione, dell’Arte intera. Ma, prima di essere universale, lo smarrimento è personale. Prima di essere un simbolo, il poeta è un uomo. Prima di essere sublimazione, il dolore è crudo.

La nostalgica ansia di Werther, che nasce impalpabile e ventosa come lo stormire dei tigli, è un sentimento che intride per intero il suo essere. La natura e l’arte rappresentano sin dal principio lo specchio della sua anima: lucida lastra d’acqua increspata in maniera morbida, cerchi concentrici che si allargano lenti a lambire sentimenti vaghi e senza nome – una calda astrale fantasia. La ricerca di un necessario equilibrio tra le due componenti – la spontaneità del cuore che il paesaggio muove e commuove e, di contro, il rigore della disciplina – proietta il poeta verso una dimensione altra che attira finché non viene raggiunta, per poi dissolversi, come il paesaggio dei ricordi d’infanzia, e riproporsi un poco più in là. Oltre il prossimo ostacolo. Al di là del prossimo bosco. Un ritorno tanto desiderato quanto impossibile, che semina nell’animo il germe dell’insoddisfazione, della continua mancanza. “Quando veniamo meno a noi stessi, tutto pure ci manca” sancisce una prima consapevolezza che affonda, si rivolge a profondità solo apparentemente immote.

Ma nessun lago calmo è immune da mulinelli subacquei, da forze che sono al contempo prime e ultime, gorghi invisibili che smuovono i fondali e intorbidiscono la trasparenza, finché il vortice non raggiunge anche la superficie, tempesta implacabile e caotica che non rispecchia ma frammentata, scompone e ripropone, confondendo, quella dolce melancolia diventata passione struggente. La dolorosa comprensione della propria pochezza, dell’impossibilità di trovare una vera gioia in qualcosa di compiuto e perfetto, permea le pagine con il tentativo di sfuggire a categorie definite, di sottrarsi a un implacabile aut aut. Come un eterno bambino, il poeta si pensa in perpetuo divenire, un altrove temporale e geografico continuo, un infinito in potenza. In attesa.
L’insofferenza verso il puntiglioso limitare, verso l’ammonimento a una odiosa moderazione che assume le tinte dell’ottusità e della mediocrità lo spinge ad abbracciare le grandi passioni, anche la follia. Ad accarezzare l’estremo, a spingersi senza remore verso il centro di quel lago, rifuggendo la sbiadita sicurezza dei bordi, desiderando obliare il mondo e il futuro per un istantaneo sguardo nell’abisso, a quelle forze confuse e discordi che lo turbano ma che, per un istante, lo proiettano al di fuori delle opprimenti mura dell’umanità.


Noi dipingiamo le pareti che ci tengono prigionieri con variopinte immagini e luminosi prospetti.”, dice all’inizio, ma questo quadro assume tinte sempre più fosche, dense e scure. La luce di Goethe è un balenare di tempesta, un lampo livido, un occhio giallastro in un cielo temporalesco che si riflette in maniera sinistra sulla straripante pienezza di un mondo di vette e abissi sepolcrali privi di confini. Lo sgomento per la propria piccolezza non impedisce a quell’irresistibile l attrazione per un regno tanto magnifico quanto terribile di manifestarsi, di continuare a vagare in moto ondivago tra la forza creatrice e quella distruttrice, lavorìo lento che consuma oppure schianto che travolge – un mostro che eternamente divora. È così che questa passione furiosa e senza fine impedisce di cogliere la molteplicità di un mondo che era fonte di ispirazione e consolazione, una tobende endlose Leidenschaft che nutre e si nutre di angoscia e di quei brividi della solitudine (Schauer der Einsamkeit) che costituiscono un fondale perfetto per due animi agitati. Werther avverte, infatti, una profondità malinconica e inquieta in Lotte, seme di un sentire comune che li avvicina e costituisce un’assonanza di battito e fremito impensabile all’uomo comune (rappresentato dal gentile, ma mediocre, Albert). Pensarli immersi in un paesaggio brumoso alla Constable, sotto un cielo screziato dalle pennellate di un Turner, rievoca una solitudine condivisa, un ossimoro apparente foriero di grandezze sommerse e inaccessibili ai più. È una mancanza diversa, uno strappo che si avverte nel tentativo di fondersi con la società degli uomini comuni che si affannano inutilmente intorno a questioni vuote, specchi per sfarzi senza spessore alcuno, un vortice di distrazioni che non cattura ma confonde senza turbare. Non è l’angoscia che stormiva nel vento sotto i tigli, non è nemmeno il cuore irrequieto che non trova pace, non è nostalgia, è solo l’amarezza data dallo svanire di un incanto, di un movimento che non portava leggerezza ma elevava verso altezze altre.

Il ritorno giunge desiderato, sofferto, lento – a piedi, per assaporare ogni ricordo come una cosa nuova, viva e rispondente al mio cuore: un ritrovamento del sé passato in questo nuovo sé che fatica a porsi nei confronti del mondo – ma si rivela presto incompleto, impossibile. Una delusione di disegni andati a vuoto. È quel doloroso anelito verso un altrove che non trova cura, non trova salvezza, non trova nemmeno il conforto di una manciata di terra a coprire radici nude, esposte: il ri-cordo, dopotutto, è cosa viva, domanda e risposta a un cuore in rivolta, reiterazione continua di una perdita cui non si è comunque disposti a rinunciare. La sofferenza è fondante, personale, ogni stilla un frammento prezioso di un’identità eccezionale seppur esclusa, quasi seclusa. “Le cose che io so, tutti possono saperle; ma il mio cuore sono solo io ad averlo”.


“Quando Ulisse parla del mare immenso e della terra sconfinata, tutto è così vero, umano, intimo, ristretto e misterioso. All’uomo bastano poche spanne di terra per gioire su di essa, e anche meno per riposarvi sotto.”

L’impossibilità di fissarsi in un luogo, di lasciarsi soffocare da vincoli di spazio e di tempo, lo spinge nuovamente verso la vita randagia che lo rende un girovago, un pellegrino del mondo. In tedesco questa espressione è resa con ein Wandrer, ein Waller auf der Erde, laddove la radice di wallen fa riferimento a un incedere privo di una meta definita, un fluttuare che rende il moto ondivago quasi più nubivago (neologismo di cui mi assumo la responsabilità, seppur non la paternità, ma che trovo meravigliosamente evocativo).

Significativo come in italiano, al pari del tedesco – uniti in questo caso dalla comune radice latina – irren/errare comportino una dimensione tanto di movimento quanto di sbaglio. Viene quasi da chiedersi se perdere la via rappresenti un errore imprevisto o, piuttosto, una sfida deliberata, una sovversione del pio cammino filtrato dal sentimento d’arte. È questa Imagination an Natur und Kunst che libera l’uomo dalla triste mentalità scientifica e dalla limitatezza della terminologia ordinaria, privando il pellegrinaggio di una meta e, con essa, della possibilità per chi lo compie di terminarsi, di considerarsi perfetto. Una condizione di asservimento alle ragioni del cuore, un’affezione che lo spinge ad avvertire uno spirito di fratellanza con le creature più umili – bambini, popolani, animali – che non si sono raffinati al punto di snaturarsi e smarrire ogni autenticità.


“…andare vagabondo sulla landa, tra il sibilare del vento tempestoso che, in nebbie esalanti, mena gli spiriti dei padri nella lucente luce lunare”

Felicità e ragione sembrano incompatibili, riproponendo, estremizzato e amplificato, il dissidio tra Natura e Arte, come se l’unica letizia fosse concepibile prima della ragione o oltre la ragione, in uno smarrimento che ha i toni della liberazione, di un’elevazione al di sopra degli accidenti terreni che permetta di coltivare una speranza seppur insensata. La condizione di insanìa mentale e corporea dell’eroe (ritratto primigenio di quello che poi rimarrà incastonato nell’immaginario poetico come Űbermensch, un oltreuomo, forse, più che un superuomo) è corroborata, nutrita da un veleno distillato inconsapevolmente ma sorseggiato scientemente, anche con voluttà, anticipazione sinistra e meravigliosa di una splendida, terribile detonazione finale. L’amore da salvifico si fa venefico proprio quando si carica del tenero, tormentoso aggettivo lieber, nell’istante (in tedesco un vero e proprio battere di ciglia, un Augen-blick) in cui indugia in bilico tra la gloriosa, esclusiva rivendicazione della propria sofferenza che la rende eccezionale e titanica, e il sollievo appena accarezzato del ritrovarsi nella poesia. Lo sgomento del cuore consuma le energie dello spirito, travolgendolo in un vortice di sensazioni violente, in quel terribile istante nel quale tutto il mio essere trema tra l’essere e il non essere, mentre il passato splende come un baleno sull’abisso cupo dell’avvenire e qui, intorno a me, tutto sprofonda e finisce con me.

L’unicità del sentire non si accompagna, però, a un’assenza di empatia. La compassione diventa ancor più ardente, la vicinanza all’essenza più profonda di ciò che rende umano si fa tenace, ossessiva, proprio quando tale comunanza di spirito diventa strumento del proprio strazio, una voce di condanna che si leva proprio quando quella del poeta tace. Significativo è, infatti, all’interno della frammentarietà insita nella forma epistolare, come a un certo punto Werther perda la parola e debba essere ricostruito, ricomposto, riformato in una illusione di interezza cui lui stesso si sarebbe ribellato. L’occhio che lo cattura non è quello che lui ama, ma – sospetta persino il lettore – uno sguardo buono, commosso eppure limitato, digiuno del genere di sentimenti che parla con il linguaggio del buonsenso e della moderazione. Quelle passioni (in italiano l’etimologia proviene da patior, la stessa origine di pazienza e che dà alle sofferenze di Cristo il nome di Passione per antonomasia) che in tedesco abitano nel sostantivo Leiden: radice germanica e latina
condividono il pluralismo di intensità accorata e dolorosa, di nodo, di vividezza, quasi di violenza che ci ricordano come i grandi moti dell’animo non possano essere scevri di tormento (die Leiden des jungen Werthers è il titolo originale dell’opera).

Tutta la potenza dei concetti fondanti la poetica dello Sturm und Drang trovano posto nel tempestoso atto finale, sinfonia e affresco, tragico monologo di un protagonista ormai fuori scena. Un’intima ignota tempesta gli lacera il petto, gli stringe la gola, rendendo fisici i sintomi dell’insanìa; anche la Natura sembra partecipare tingendo di violenza ogni luogo amato. È quel che accade a chi legge ogni tratto del reale – un’accusa nel vento, un albero che cade, un tempismo perduto per sempre – come un segno, una condanna senza appello a una fragilità non richiesta ma orgogliosamente indossata. Tutto colpisce là dove si è più deboli, più sensibili, laddove non siamo disposti a indossare maschere, a nasconderci, perché è quella presunta debolezza a definirci, eroi soli senza cantore, personaggi senza palco, senza fondo, senza storia. Gli ostacoli che il mondo frappone e schianta sulla via come i gradini di una scala che ascende aerea o scaglia nel vuoto, illuminati da un terribile, meraviglioso splendore, diventano l’estrema rivendicazione di un animo smarrito nella stessa notte che può essere terribile e benefica.

L’ultima lettera di Werther porta la data del ventuno dicembre, il solstizio invernale, la vittoria delle tenebre sulla luce, che prepara a un buio eterno. Quasi come un segno, come una tragica anticipazione di un sol invictus o di un Natale che lui non vedrà mai sorgere quale alba di speranza, è Lotte a comparire in scena nelle ultime pagine – Lotte nelle promesse non mantenute, Lotte nelle accorate richieste, nei vani inviti a una moderazione odiosa e impossibile, Lotte nelle parole di un poeta che canta di forze sovrumane e fatali, Omero di un uomo moderno e ferito, bardo di un’età in cui l’unico oro è quello della folgore nella tempesta. Lotte non suona più armoniose melodie, canta e piange di amore e di morte, ricerca disperata quell’identità di sentire nel silenzio che ormai non può più nulla.

Risentivano la propria sventura nel destino degli eroi, la provavano insieme e le loro lagrime li univano”.

Ed è Lotte, infine, ad armargli la mano in ogni senso possibile, Lotte che gli stillava il dolcissimo veleno del suo glorioso precipitare. Lotte che dipinge per lui non più un ritratto impossibile, ma il (di)segno ultimo di un destino scritto nei poemi e nei sogni. Un nastro suggella in un nodo materico un legame che andrà oltre, a cercare un respiro di quiete sotto i tigli, estremo conforto nella Natura, un’idea di conclusione, di finitezza del tormento che nelle ultime parole sembra rappresentare quasi un balsamo ossimorico per un’anima che ha sempre anelato all’infinito, all’oltre, all’incompiuto. Ultimo è parola costante, piena, definitiva eppure delicata nelle pagine finali, e sembra accompagnare come una consolazione il momento in cui si chiudono gli occhi di Werther, il culmine del sole, la perfezione di una vita che in quella dimensione dell’oltre che travalica il tempo si fa assoluta, sciolta, libera.
Infinita.

Martina, @myworldinakallax

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/p/CEPJ8JmHmeM/

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