VINCOLI – Alle origini di Holt

di Kent Haruf (traduzione di Fabio Cremonesi), NN Editore

Da dove si comincia a parlare di un libro così complesso? Un delitto, la dura colonizzazione dell’Ovest, la discriminazione dell’Altro da sé e del più debole, la lotta per l’emancipazione femminile, dinamiche domestiche degne di una saga familiare…

Pubblicato nel 1984, The tie that binds segna l’apertura della carriera letteraria di uno straordinario autore che vale la pena di conoscere. Rispetto alle sue opere mature, questo è uno stile più ricco e descrittivo; ci accompagna con una miriade di dettagli alla scoperta di una piccola cittadina del Colorado, un mondo che va formandosi davanti al nostro sguardo avvinto dall’incantesimo dell’autore. Holt è un luogo che si incastra nel cuore e non lo lascia più, fin dalle sue origini.

Vincoli ci racconta di persone che migrano in cerca di fortuna, di fatica nel costruire gradualmente la propria casa con il sudore della fronte, la fatica delle braccia, di dedizione nei confronti di un faticoso capofamiglia che fa scontare il suo disagio a chi gli sta accanto, ma anche della durezza con cui ci si rapporta l’uno con l’altro; di abnegazione che non è pura generosità, ma ciò che dà un ruolo nel mondo, declinazione di un senso del dovere che esiste per celare una serie di paure: il timore di cambiare, di osare, di scoprirsi appagati laddove si pensa di non meritarlo; la felicità che viene sacrificata per rispetto alla famiglia e l’adesione ad un codice di condotta estremamente severo, definito e definitivo.
Un significato di giustizia che continua a sfuggire, perché giusta la vita non sa esserlo. Ogni persona che va a comporre il mosaico sociale contribuisce, a suo modo, a mantenere questo senso di costante iniquità.

Ancora una volta Haruf mi racconta qualcosa della mia vita cui non avevo saputo dare parole e me lo rende più comprensibile, più a portata di elaborazione. La sua non è accusa, ma compassione. Non ci sono personaggi moralmente definibili buoni o cattivi; ci sono persone la cui esistenza ha scavato incisioni più o meno profonde. Ed i vincoli sono anche questo: essere legati anima e corpo ad una situazione che affonda, plasma, destruttura e, inaspettatamente, ricostruisce.

Vincoli parla di fili di ferro abbandonati che si incastrano nelle mietitrici e di fili di ferro che tengono annodate le persone tra loro. Radici che sono molto pesanti e legami elettivi che, di contro, sanno sollevare lo spirito; su quest’ultimo Haruf sembra riporre ogni sua fiducia nel genere umano. E la speranza accarezza il dipanarsi delle vicende dei protagonisti per tutta l’opera, lasciando trasparire la ricerca di libertà, diritto cui l’autore dedica un’attenzione particolare.

Vite che somigliano a solchi nel terreno, parole che non sono mai semplicemente parlate – sono urlate o taciute, in una implacabile, stridente danza di opposti. Nel momento in cui comincia una narrazione che non ha avuto sfogo per decenni, allora la voce si trasforma in un fiume che non riesce a fermarsi.
Se da un lato la famiglia è la nostra più grande forza, dall’altro è anche la più profonda debolezza.

Nella foto vedete la mano di mio nonno, l’uomo più buono che abbia mai incontrato. Per lui la terra ha un significato immenso, il filo rosso che si srotola in ogni epoca della sua vita; una materia che chiede un sacrificio di tempo ed energia, ma restituisce moltissimo in termini di sostentamento.

[Serena, @culturalpills]

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