LE OTTO MONTAGNE

di Paolo Cognetti, Einaudi

PRIMA PARTE: LA MONTAGNA DELL’INFANZIA

Il ghiacciaio, disse mio padre a me e Bruno sul sentiero, è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi. Sopra una certa altezza ne trattiene ricordo, e se vogliamo sapere di un inverno lontano è lassù che dobbiamo andare: si chiama quota delle nevi perenni…

La montagna penetra nel tessuto stesso della famiglia di Pietro; dal matrimonio alpino dei suoi genitori, il rapporto tra soggetto-montagna e uomo si rivela essere un retaggio familiare trasmissibile, una generazione dopo l’altra. Già il nome del protagonista richiama etimologicamente la materia stessa di cui sono costituiti questi luoghi, colonna vertebrale della Terra.

«Il passato è a valle, il futuro è a monte», è la Natura stessa a suggerirlo: la trota, che instancabile risale la corrente per deporre le uova, dà sfogo ad una tensione istintuale che la porta a ripetere il gesto di innumeri generazioni prima di lei, inserendosi nel fiume della Storia.

Andare in montagna è una moda d’altri tempi, fatta di codici antichi. Avviene una sorta di passaggio dal mondo della cultura a quello della Natura; si è ammessi al Tempo della montagna; spazi, ruoli e comportamenti dell’uomo si modificano rispetto alla vita cittadina. Qui è l’umanità stessa di fronte ad una realtà di resistenza, di fatica, di sfida dei propri limiti dinnanzi all’immensità della montagna, eterna ed immutabile rispetto al singolo individuo, depositaria di una memoria del mondo, trattenuta tenacemente dai ghiacciai. Ed è a questa saggezza della montagna che l’uomo deve adattarsi.

Quando si è posti di fronte allo specchio di se stessi, soli con le proprie energie, con l’anima spogliata ed il sostegno del puro temperamento personale, è impossibile trasmettere a parole ciò che si prova. L’uomo che affronta la montagna fa ritorno custodendo il segreto di quel luogo maestoso, ma anche il segreto del suo stesso essere.

Interessante, nella prima parte del libro, il tentativo che si verifica di sradicare un giovane abitante della montagna per condurlo in città, per istruirlo e cambiare la sua prospettiva: sarebbe un bene? La risposta è la lezione di umiltà inferta dal popolo della montagna, che ne reclama la tutela, non concedendo il trasferimento. La supponenza di chi pensa di essere nel giusto, imponendo il proprio punto di vista all’Altro da sé, perché vive in modo diverso, trova opposizione nella reiterazione del proprio sistema di riferimento culturale da parte degli autoctoni – egosintonia della cultura locale. I forestieri sono agenti perturbanti che suscitano diffidenza, se non ostilità.

Il protagonista, ad un certo punto della sua adolescenza, compie uno strappo netto tra sé ed il binomio padre-montagna: fisiologico rifiuto adolescenziale del modello genitoriale e contestuale ricerca della propria identità altrove, di una “quota” che gli somigli maggiormente, un tipo di salita differente.

Non è un libro di grandi avvenimenti, quanto piuttosto un lento, umano scivolare di una vita comune che, in fondo, può essere quella di chiunque. Vicissitudini, difficoltà, conquiste e delusioni con cui la natura umana si scontra abitualmente, rese pregevoli da un percorso emotivo-spirituale di ricerca della propria identità e del ruolo che si è destinati a ricoprire nel mondo.

SECONDA PARTE: LA CASA DELLA RICONCILIAZIONE

Muore il padre di Pietro, il protagonista, e, con esso, viene messo in discussione lo strappo che non era mai stato ricucito tra i due. La fine del padre è ironica: solo, mentre sfreccia in autostrada, con l’animo irrequieto, recalcitrante, smanioso di quella via di fuga che lo portava in cima, obbligato questa volta a fermarsi per sempre.
Il giovane uomo riceve un appezzamento di terreno, di cui non conosceva l’esistenza, sulla montagna sopra il paese dei suoi soggiorni estivi da bambino.

Inizia una ricerca delle tracce, geografiche ed emotive, del genitore che negli anni ha risposto al richiamo della montagna con il consueto pellegrinaggio. Anche Pietro ora lo fa, a modo suo, riavvicinandosi ai luoghi del padre e tornando a sentirne la vita, il battito profondo. Si verifica una riadesione al mondo della montagna da parte del giovane, che se ne era discostato a forza.

Un ritorno (etimologicamente da tornus, il tornio) che è un autentico lavoro artigianale: fare del proprio meglio con ciò che si ha a disposizione. Ed infatti è ciò che succede: con la guida di Bruno, suo amico d’infanzia, figlio della montagna e, in quanto tale, erede della sua saggezza, Pietro lavora alacremente per ricostruire il rudere lasciatogli dal padre. E sarà proprio Bruno, di cui da piccolo ammirava la capacità istintiva di orientarsi – quasi impersonasse l’atavica memoria di una mappa interiore – ad accompagnare l’amico in questa fase di ricerca di sé, attraverso la ricostruzione dell’edificio.

La casa incarna «la bellezza dell’inverso» della montagna, ma anche del lato rovescio dell’esistenza.

Quello vivo ed ansante, talvolta sofferto, che infonde forza, una seconda possibilità per lui e Bruno di ri-significare dopo tanti anni il legame che li vincola l’uno all’altro. Entrambi in una fase liminale della propria esistenza, i giovani tornano al loro essere complementari, instancabili compagni di avventure che ora costruiscono la propria casa, il luogo destinato a proteggere la loro memoria, le tracce di chi resta e di chi parte.

Ma la riconciliazione non è un’operazione leggera, anzi, va di pari passo con lo sforzo di portare i materiali in quota, con la dedizione e la cura con cui ogni muro della casa viene eretto secondo la tradizione. La riconciliazione richiede tempo, fatica ed il coraggio di acquisire consapevolezza di sé e del proprio passato. Riesaminare una vita costruita sul rifiuto del modello genitoriale e restituire una dimensione di umanità all’uomo che era stato suo padre, al suo essere ingombrante e accentratore, ma anche nostalgico ed emotivo.

Pietro si riappropria della storia di famiglia, dipanando la matassa del suo vissuto personale e riconoscendo di aver avuto due modelli diversi di padre: il primo, quello cittadino, l’estraneo con cui non aveva saputo coesistere; il secondo, il padre di montagna, amante dei ghiacciai e in sintonia con la stratificazione della memoria di cui le vette sono eterne custodi.

Gradualmente fa pace con la sua spaccatura e dedica l’opera terminata al padre: «è nel ricordo il più bel rifugio». E sarà un rifugio a tutti gli effetti: un rifugio di montagna, senza lucchetto, per offrire ristoro a chi si trovi a passare di lì.

TERZA PARTE: INVERNO DI UN AMICO

Ho faticato a capire come terminare questo viaggio sulle vette. Ci ho pensato a lungo perché non mi sembrava giusto svelare cosa succede d’ora in poi, ma piuttosto mi piaceva l’idea di concentrarmi su ciò che mi è rimasto leggendo il libro, ovvero che la vita mette di fronte a situazioni che lasciano del tutto impreparati e durante il cammino succede di imbattersi in alcuni esseri umani che, a dispetto delle circostanze, diventano la propria famiglia. Superfici riflettenti in cui possiamo scorgere noi stessi perché, per quanto siamo diversi, ciò che ci accomuna prevale.

L’amicizia tra Pietro e Bruno, in realtà, è un sentimento fraterno, un segreto che entrambi custodiscono, un intero che vale più della somma delle sue parti concatenate: a volte capita di trovare un fratello (o sorella) maggiore che ci guidi, altre di scoprire una sorella (o fratello) minore che ci insegni a vivere.

Solo l’ultima parte dell’opera restituisce significato al titolo:
«Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?», la leggenda delle otto montagne, curiosa metafora della vita.

Trovare la propria quota è scoprire un luogo in cui sia possibile al contempo coltivare le proprie radici e percepire la spinta verso l’alto, uno spazio di forte connessione con l’ambiente – interiore ed esterno – dove si bilancino forza centripeta e centrifuga; un equilibrio tra memoria e ricerca, tra Natura e cultura.

Che stiamo camminando verso la montagna più alta o che, invece, facciamo il giro delle otto montagne – per quanto la solitudine sia un abito che vestiamo bene – incontriamo delle persone con cui viene a crearsi una situazione di interdipendenza reciproca: un mutuo scambio che riesce a dare senso al nostro esserci nel mondo, perno del nostro peregrinare, inserzione nella trama stessa dell’esistenza.

Grazie ad F per le foto di montagna, che si sposano così bene con ciò di cui abbiamo parlato.

[Serena, @culturalpills]

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