RICORDI DAL SOTTOSUOLO

Fedor Dostoevksij (traduzione di Gianlorenzo Pacini), Feltrinelli

“Non sono riuscito a diventare niente di niente: né cattivo, né buono, né mascalzone né una persona per bene, né un eroe, né in insetto.”

È una delle tantissime “massime” che ho sottolineato in questi magistrali finti ricordi di Dostoevskij. Ma perché ho deciso di inserire proprio questa? Forse perché sento che è quella con la quale l’autore riesce maggiormente ad avvicinarsi a noi e perché so che è quella in cui tutti, più o meno, riusciamo a rispecchiarci (persino Lenù, di “L’amica geniale”, con i suoi “quasi”). E così ci ritroviamo essere un po’ Lenù e un po’ Dostoevskij.

Sto divagando? Forse. Ma questo libro mi ha fatto riflettere tantissimo. Le sue 120 pagine, circa, pesano come macigni. Ne esci che sembra di aver letto tutti i poemi omerici di seguito. Ma ora mi rimetto in carreggiata, giuro.

Si tratta di un libro diviso in due parti tra loro non bilanciate: la prima è una sorta di stream of consciousness di un uomo malato di fegato, rinchiuso nella sua vita, nel suo sottosuolo con la sua rabbia, coscienza, il suo odio, la sua impenetrabilità, il suo giudizio, il suo isolamento da tutto. La pesantezza delle sue parole mi ha colpita ad ogni riga. L’uomo del sottosuolo è straziato, in un modo che a malapena si riesce a riassumere così: “Senza dubbio anche nello schiaffo avrei saputo trovare un piacere sui generis; un piacere fatto di disperazione, naturalmente, ma è proprio la disperazione che può offrire i piaceri più intensi, specialmente quando è più forte la coscienza dell’impossibilità di uscire da una determinata situazione”.

Nella seconda parte troviamo il nostro personaggio immerso nella vita reale e in rapporto con altre persone e con i sentimenti (non so se chiamarlo amore). È qui che viene svelato, secondo me, il sottosuolo: la solitudine e l’esclusione, l’inevitabile intrappolamento dato dal “due più due fa quattro”, la Necessità, che vince su tutto. Il sottosuolo non è una scelta, è l’unica opzione possibile per un uomo cosciente del fatto che non riuscirà mai a soddisfare la sua sete. È la tana dell’uomo angosciato e quindi malato. Si innesca un circolo vizioso che alimenta l’odio. La sofferenza del “due più due fa quattro” lo rinchiude e non gli permette nessuna fede o ideale o senso per cui vivere. E questo alimenti il suo odio e la sua meschinità.

Devo ammettere che è stato, per me, un libro di difficile comprensione. È stata rivelatrice l’introduzione di Gianlorenzo Pacini che esplica in modo chiaro e cristallino questi concetti che scopri essere lontani da te solamente a lettura conclusa.  Senza questa, non avrei capito niente e mi sarei sentita molto meno che “quasi”.

[Sara, @culturalpills]

INSTAGRAM: https://www.instagram.com/p/B9SEwR9I6Ij/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.