L’ONESTA BUGIARDA

di Tove Jansson (traduzione di Carmen Giorgetti Cima), Iperborea

«La verità va fissata con chiodi d’acciaio, ma nessuno potrà mai piantare chiodi d’acciaio in un materasso!»

Una delle letture più particolari che abbia concluso negli ultimi mesi, L’onesta bugiarda: titolo contenente l’ossimoro che dà la chiave di lettura per affrontare l’intera opera.

Un testo ironico e giocato sul tema del doppio, dove regnano gli opposti rappresentati da due donne e dal loro incontro-scontro: l’una, giovane, concreta, onesta fino all’estremo e calcolatrice, disposta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi; l’altra, un’illustratrice anziana, fantasiosa, distratta e solitaria, piuttosto ingenua. Protagoniste che ritroviamo nelle figure di cane e coniglio, interessante metafora e dilemma continuo: realtà o racconto? Inverno o primavera?

Un piccolo ambiente cittadino i cui abitanti sono chiusi nei confronti dell’ultimo arrivato; un paesaggio innevato che rende schivo chiunque. Impronte nella pesante neve invernale che seguiamo verso una solitaria villa tra i boschi.

A tratti simile ad una pièce teatrale, il libro della Jansson racchiude, sotto la cortina di fiabesca ed ironica semplicità, dei concetti importanti, sui quali ci interroghiamo: ad esempio, l’accostamento di verità e menzogna, autoinganno e uso onesto della finzione.

Un libro dal significato sfuggente che scommette sull’incertezza: non sembra esserci un confine così netto tra le caratteristiche positive e quelle negative che troviamo dentro di noi, che anzi, rimescolandosi nel gioco delle verità e quasi destabilizzando il lettore, tendono a farci mettere in discussione noi stessi. E allora viene da domandarci se davvero serva avere tutte le risposte.

[Serena, @culturalpills]

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