FOLLIA

di Patrick McGrath (traduzione di Matteo Codignola), Adelphi

Uno scrittura magnetica e perturbante cattura il lettore che comincia questo romanzo psicologico.
Bravo l’autore a mantenere schiettezza e neutralità nella narrazione, senza sbilanciamenti nei confronti dell’uno o dell’altro personaggio. Non teme di offendere il pudore con descrizioni che possono risultare sgradite: non cela la violenza, né tantomeno l’erotismo. Impone al lettore di uscire dalla sua zona di comfort, vestendo l’abito non convenzionale, super partes e talvolta scomodo, che è quello dell’esplorazione analitica.

Il libro narra la storia di una passione proibita e istintiva, che arde velocemente e di nascosto, e delle conseguenze che questa trasgressione ha sui protagonisti e su chi sta loro vicino. È evidenziata la natura multisfaccettata dell’amore, che può elevare verso le cime più luminose o gettare negli abissi più sordidi. Quando questo sentimento si intreccia a follia, gelosia e lotte di potere, infatti, il risultato non può che essere tragico, con il rischio reale che degli innocenti restino coinvolti.

Costante la presenza del manicomio criminale vittoriano (una sorta di realtà nella realtà) attorno cui gravitano le vicende dei personaggi, l’“Asylum” della versione originale del titolo: luogo che ospita persone bisognose di assistenza, di sorveglianza, oggetto del controllo altrui.
Viene spontaneo chiedersi se McGrath abbia ricostruito questo luogo partendo dai ricordi della sua infanzia: dai 5 anni è cresciuto vicino all’ospedale psichiatrico di Broadmoor, in Inghilterra, dove il padre era sovrintendente medico.

Anche se ad un certo punto ho trovato intuibile il finale, è stata comunque una lettura seducente.
Consigliata a chi vuole fare un tuffo senza censure nell’affascinante labirinto della psiche umana, situata dietro alla moltitudine di maschere che si indossano nella quotidianità. 

[Serena, @culturalpills]

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